Aprendo alla federazione del centrodestra di governo proposta da Matteo Salvini, Silvio Berlusconi potrebbe al tempo stesso aver messo la parola fine a Forza Italia e accelerato la formazione della forza terza liberaldemocratica. La proposta prevede la fusione dei gruppi parlamentari entro giugno e, in futuro, persino la suggestione di convergere in un partito unico. Ma non è un secondo predellino: i rapporti di forza oggi sono ben diversi. Così questo ennesimo colpo di teatro finisce per provocare un terremoto con epicentro Forza Italia e raggio tutto il centrodestra.

Salvini non è una figura credibile per federare un centrodestra liberale: le relazioni spericolate della Lega con la Russia non le ha inventate la propaganda comunista. L’ingresso della Cina in Italia fu gestito da Michele Geraci, un signor nessuno pescato personalmente da Salvini all’Università di Pechino. La recente conversione di Salvini all’Atlantismo è posticcia, farlocca, forzata e priva di contenuti, esperienze, cultura e vissuto. L’ex comunista padano rimane un corporativista, statalista, sospettoso del capitalismo e del libero mercato. Le sue intemerate contro il modello economico anglo-sassone e le banche d’affari cattive riflettono il suo pensiero più sinceramente dei suoi goffi tentativi di accreditarsi quale interlocutore di Donald Trump prima e di Villa Margherita poi.

Adesso è nel governo, per necessità tattica. Ma su Draghi e il Britannia ne ha dette di cotte e di crude.

Lo stesso il suo posizionamento filo-israeliano. La Lega è da sempre anti-Islamica, ma questa è la linea di Umberto Bossi più che di Salvini, che se l’è trovata in mano, e il cui sedicente sionismo è pura tattica di schieramento politica.

Se Berlusconi spera di inoculare cultura liberale nella Lega per guidarne la mutazione a partito popolare, il Cavaliere dovrebbe a bussare alla porta PRI e chiedere dell’eterogenesi dei fini. All’indomani del Patto Segni e poi della legge elettorale maggioritaria, che la dirigenza repubblicana pro tempore sciaguratamente sostenne, il Partito repubblicano si spaccò tra chi voleva inoculare il liberalismo nei comunisti e chi voleva inoculare il liberalismo a destra. Risultato: i repubblicani sono stati fagocitati da destra e da sinistra.

In politica, vige la legge di Gresham: la moneta cattiva scaccia quella buona.

Salvini non è Burke, Churchill, Thatcher, Reagan, De Gaulle, Chirac, Fillon, Juppè, De Nicola, Einaudi, nè lo diventerà. Non conosce von Mises, von Hayek, John Locke, Adam Smith, John Stuart Mill, né William Beveridge, Karl Popper o Bruno Leoni. E a 50 anni, ha troppo da recuperare per farsene anche solo un’idea compiuta.

Ma l’errore peggiore è di strategia. L’area di centro liberaldemocratica va costruita a partire dai centristi liberaldemocratici, non sperando di convertire le valli orobiche – con i convertiti ti ritrovi in casa gli zeloti.

Dopo i 12 parlamentari passati con Toti e Brugnaro, l’affascinante e garbata Mara Carfagna lo ha detto a chiare lettere: “Se andiamo avanti così poi non bisogna lamentarsi se 50 parlamentari domani se ne vanno”. Tanto meglio per il progetto liberaldemocratico, più attraente per i liberali di un’alleanza contro natura con un partito leninista, gestibile se minoritario ma indigesto se maggioritario.

Questa mossa improvvida sembra il crepuscolo di un genio, Silvio, che muta in Faust, rincorrendo l’eterna giovinezza di una corsa al Quirinale col sostegno della Lega. Il vecchio Silvio le promesse le faceva, non le riceveva.

Anche questo è un segno dei tempi.