Nonostante le continue campagne intraprese da ogni governo, contro il libero utilizzo del contante, gli italiani non sembrano rinunciare ad eliminarlo.

Dal primo luglio 2020, è stata introdotta una nuova soglia per utilizzo del contante ad € 1.999, che vi rimarrà per tutto il 2021, fino a ridursi ad € 999 nel 2022. Questo anche per prestiti, donazioni o regali tra parenti.

È stata inoltre intrapresa la famosa lotteria degli scontrini, al fine di incentivare l’utilizzo della moneta elettronica, sono stati introdotti obblighi e relative sanzioni per gli esercizi che non si dotano di Pos, è stata prevista la detraibilità di parte delle spese mediche, solo se effettuate con pagamenti tracciabili.

Inoltre, da più parti, dopo essere giunti ad ipotizzare una ritenuta irpef del 5% sui prelevamenti di contanti eccedenti “un certo limite fisiologico”, si propone non solo, di non stampare più, ma addirittura di mettere fuori corso le banconote di taglio superiore ai 100 euro!

Eppure la quantità di contante in circolazione è aumentata, anziché diminuire.

Perché non diminuisce? Perché il contante serve per molteplici funzioni:

  • La prima, la principale, è la detenzione come “riserva di valore”, fatta in funzione di risparmio, e tutela da possibili uscite dall’Euro del proprio paese, che si calcola impegni una parte molto consistente della liquidità in circolazione. La BCE in una sua ricerca ufficiale, la stima per l’intera Unione Europea a circa il 60% del totale della valuta contante in circolazione, anche se altre fonti la danno a percentuali ancora maggiori.
  • La seconda è rappresentata dalle abitudini quotidiane delle persone, che preferiscono servirsi di contante piuttosto che utilizzare strumenti di pagamento elettronici, costosi e non accessibili per tutti (le persone in difficoltà economiche, senza accesso al credito, sono fenomeno tutt’altro che raro di questi tempi. Inoltre non dimentichiamo il grande numero di anziani nel nostro paese e di persone prive di un conto corrente, che alcune ricerche stimavano in circa 15 milioni nel 2015).
  • La terza, si identifica con la volontà di mantenere riservate alcune sfere della propria vita personale (diritto alla privacy), verso i terzi, ma anche e soprattutto, verso i componenti della propria famiglia, coniuge compreso, dal momento che dal conto corrente è possibile rinvenire dove si sono spesi i propri soldi e quando.
  • La quarta, è riconducibile in prevalenza a quell’evasione fiscale ‘collaterale’, ‘strutturale’ e ‘di sopravvivenza’ dovuta principalmente ad un’insufficienza di ricavi, e caratterizzante da sempre le tantissime attività economiche commerciali, artigianali e professionali, del nostro paese. Attività che, peraltro, pagavano tante tasse e sulle quali, si è retta finora la nostra economia.

Teniamo ben presente che, quando parliamo di evasione fiscale, dovremmo evitare pericolose generalizzazioni ed intendere, le evasioni fiscali, effetto e non causa dei problemi Italiani (così come la burocrazia). Quelle dovute ad “infedeltà culturale” come per esempio, l’istituzione di società ‘cartiere’ per frodi in materia di IVA, si servono ben poco del contante, per essere portate a compimento.

  • Poi, nell’ordine di importanza e per forza di logica in misura residuale, consideriamo anche il riciclaggio del denaro sporco, rinvenibile in Italia e ancor di più, in altri paesi europei ed extra europei, maggiormente in voga e blasonati del nostro. Anzi, è bene dire che da un po’ di tempo, gli investimenti in Italia sono così anti-economici, tanto che possiamo presumere il denaro, frutto di attività illecite, impiegato molto meglio altrove, dal momento che non si comprende come un “delinquente” che abbia sostenuto rischi e costi per lo svolgimento della sua attività criminale, debba allocare i suoi soldi (seppur sporchi), in un paese in cui ha un’altissima probabilità di perdere il suo investimento. Al di là delle opinioni, il riciclaggio con il contante, avviene per attività di piccolo cabotaggio, come bar, sale giochi, sale scommesse, ecc. Il soldi veri si muovono sul web.

Di fronte al quadro descritto, è facile dedurre che, a fronte di una “detenzione come riserva di valore” che interessa quasi il 60% del contante in circolazione (fonte BCE), le abitudini di vita degli italiani non possono che interessare la maggior parte del 40% restante, poiché le esigenze quotidiane sono preminenti su tutto. All’ evasione fiscale rimarrà per forza una parte, residuale di quel 40%. La percentuale del contante interessata dal fenomeno del riciclaggio, sarà evidentemente minima. Questa è la logica, al di là dei roboanti titoli di giornale e delle ricerche scoop, poiché qualsiasi cifra, seppur all’apparenza grande, deve comunque essere considerata nel suo contesto.

Giunge quindi spontanea una domanda: è proprio necessario eliminare il contante? E soprattutto, sarebbero maggiori i benefici o le contro indicazioni?

 

L’Europa non ci chiede di eliminare il contante. La propaganda delle nostre classi dirigenti, ha finora rappresentato l’eliminazione del contante, come una richiesta ineludibile dell’Unione Europea. La realtà è ben diversa, dal momento che, in linea generale la Commissione Europea si è espressa chiaramente per la libera circolazione del contante, almeno per i pagamenti al dettaglio. Lo stesso dicasi per le banconote di grosso taglio, che devono sempre essere accettate salvo rare eccezioni.
Solo su stimolo di alcuni stati, che singolarmente hanno interpellato l’Unione Europea, questa si è espressa dando indicazioni caso per caso e comunque la BCE, ha ribadito che “né il diritto dell’Unione, né le raccomandazioni della Commissione, si occupano esplicitamente di stabilire se e in quale misura, può essere consentito introdurre una limitazione più generale all’obbligo di accettare pagamenti in contanti in euro…”.
Tralasciando gli studi “di parte” e “su commissione” al fine di screditare l’uso del contante, se invece ci rivolgiamo alle fonti ufficiali europee, la situazione è chiara. Nello studio denominato Rapporto della Commissione per il Parlamento Europeo e il Consiglio, sulle restrizioni sui pagamenti in contanti del 2018, viene ribadito che “la Commissione non sta prendendo in considerazione alcuna iniziativa legislativa in materia. Le restrizioni ai pagamenti in contanti sono una questione delicata per i cittadini europei, molti dei quali considerano la possibilità di pagare in contanti una libertà fondamentale, che non dovrebbe essere limitata in modo sproporzionato…”.
Nei fatti poi, in Europa, vi sono paesi che hanno limiti molto bassi alla circolazione del contante come la Francia, ma per contro, ve ne sono altri dove questi limiti non esistono, tra i quali primeggia la Germania, principale economia dell’eurozona.
Anzi, è ben noto come i tedeschi, difendano strenuamente il contante e lo fanno per dei buoni motivi, primo fra tutti quello di conferire sicurezza ai risparmi sotto qualunque forma, anche quella in contante e soprattutto per mantenere costante, tra la popolazione, la percezione del valore della moneta, dal momento che, come si è visto in Svezia e in Finlandia, la dematerializzazione e il conseguente larghissimo utilizzo delle carte di credito hanno comportato maggiori indebitamenti e conseguenti insolvenze. Inoltre è atavico, il loro timore per l’inflazione.
Lapidarie, sono le prese di posizione del presidente della Bundesbank Jens Weidman a difesa del contante. Nel 2016, in merito alla rinuncia della BCE ad emettere nuove banconote da € 500, dichiarava che (come si era fatto per il marco), queste sarebbero sempre state ritirate e nessuno avrebbe dovuto temere che diventassero carta straccia.
Inoltre aveva pubblicamente ribadito la necessità di mantenere l’emissione da € 200, e contrastare il luogo comune: contante = attività illecite, dal momento che in altri paesi, come negli Stati Uniti ove il biglietto di maggior taglio sono i $100, la criminalità non è certo minore che in Europa, anzi
Possiamo senza ombra di dubbio, concludere che i tedeschi considerino una limitazione alla circolazione del contante, come un’attentato alle loro stesse libertà Costituzionali, come ha affermato anche il noto giudice costituzionale tedesco Udo Di Fabio, interpellato dalla Bundesbank sull’argomento.

 

È invece l’Italia ad essere ripresa dall’Europa. Recentemente, è la Banca Centrale Europea a riprendere il nostro paese, e lo ha fatto per ben due volte, nel 2019 e nel 2020.
Nel primo caso con lettera del 13 Dicembre 2019, veniva segnalata la violazione dell’articolo 127, paragrafo 4, e dell’articolo 282, paragrafo 5, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, da parte dell’Italia, in occasione dell’introduzione della progressiva apposizione dei limiti alle transazioni in contante, da 3.000 ad € 2.000 e successivamente da € 2.000 ad € 1.000, senza consultare preventivamente la Banca Centrale Europea.
Tra l’altro la BCE ribadiva come per le limitazioni alla circolazione della moneta contante, “…dovrebbe esserci una chiara evidenza che tali limitazioni potrebbero, in effetti, raggiungere l’obiettivo pubblico dichiarato di combattere l’evasione fiscale…”.
La missiva continua ricordando che “…anche le limitazioni dirette o indirette ai pagamenti in contanti dovrebbero essere proporzionate agli obiettivi perseguiti e non dovrebbero andare al di là di quanto necessario per il raggiungimento di tali obiettivi…Quando si valuta se una limitazione è proporzionata, l’impatto negativo della limitazione in questione dovrebbe sempre essere considerato…”. E così via.
Nel secondo caso, con lettera del 14 Dicembre 2020, l’Italia veniva ripresa per l’istituzione del cashback (meccanismo che permette di ottenere un rimborso in denaro in base agli acquisti effettuati con strumenti di pagamento elettronici), il quale, proprio perché interessa pagamenti molto modesti, (la media è sui 13-14 euro), compromette il libero corso della valuta corrente dell’unione, oltre a dare un ingiusto beneficio, a coloro che, potendoselo permettere, dispongono di strumenti elettronici, penalizzando vaste fasce della popolazione.
La nota si concludeva richiamando gli articoli 127, paragrafo 4, e 282, paragrafo 5, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, al considerando 19 del regolamento (CE) n. 974/98 e all’articolo 2, paragrafo 1, secondo trattino, della decisione del Consiglio 98/415/CE28, in cui è previsto che: “Le autorità nazionali sono tenute a consultare la BCE su progetti di disposizioni legislative che rientrino nelle sue competenze, comprese, in particolare, quelle relative a mezzi di pagamento”.

 

Quasi il 25% del contante in Euro è conservato fuori dall’UE. Altra considerazione importante è che, secondo le stime della Banca Centrale Europea, tra il 20 e il 25% delle banconote, sono detenute al di fuori dell’UE, ovvero in paesi, caratterizzati da monete deboli.
I risparmiatori di quei luoghi, le detengono a scopo precauzionale, in caso di eccessiva svalutazione della loro moneta o default del loro paese. Immaginate voi cosa succederebbe se venissero messe fuori corso! Che ne sarebbe della nostra credibilità internazionale? E dell’Euro?

 

Troppi soldi sui conti correnti degli italiani: non sono al sicuro. In questo clima di incertezza, spicca il dato oggettivo dell’enorme deposito esistente sui conti correnti in Italia. Più di 1.600 miliardi, accantonati per due fondamentali motivi.
1) Il primo, come si è già detto sopra per il denaro sporco, è rappresentato dalla constatazione che, nel nostro paese, gli investimenti hanno sovente redditività negativa. Gli italiani, in possesso di qualche risparmio, guadagnato onestamente, non capiscono perché debbano andarsi a cercare nuovi problemi investendoli.
2) Il secondo è dovuto al clima di incertezza dei mercati finanziari, alla scarsa educazione finanziaria dei risparmiatori, alla loro elevata età anagrafica, alla diffidenza verso il rischio….
Inoltre sappiamo bene che, anche vista l’attuale situazione pandemica, i soldi depositati sui conti correnti bancari, sono tutt’altro che al sicuro. Questo anche entro i limiti dei famosi 100.000 euro. I motivi sono:
1) Primo, perché agli istituti di credito in difficoltà, sarebbe concesso di evitare la corsa agli sportelli, limitando il prelievo ai correntisti, in base alle disponibilità, così come previsto in un parere della stessa Banca Centrale Europea, datato 8 Novembre 2017.
2) Secondo, perché la consistenza del Fondo Interbancario per La Tutela dei Depositi risulterebbe sottodimensionata rispetto alle possibili esigenze. Alla luce delle recenti perdite , l’ultimo bilancio la riporta a circa 1,5 miliardi di euro, sufficiente per intervenire in caso di crisi di modeste dimensioni. Cosa succederebbe se, a seguito della pandemia, avessimo default di più banche di una certa importanza?

Nel febbraio 2021, l’Assemblea straordinaria delle banche consorziate, ha apportato importanti modifiche allo Statuto, ed in particolare: Rispetto alla rischiosità delle Consorziate (Art.7), Relativamente alle regole di governance (Art.13 e 21) e In relazione agli interventi preventivi del Fondo (Art.35).
Questi ultimi, sono riformulati cercando di contemperare l’esigenza di effettuare interventi efficaci, senza compromettere eccessivamente le risorse del FITD. I salvataggi potranno essere effettuati “…quando sussistano concrete prospettive di risanamento della banca, sulla base di piani di ristrutturazione efficaci e credibili che consentano la minimizzazione degli oneri per lo Schema volontario, tenuto conto delle alternative disponibili… Che inoltre questi non superino … complessivamente, in ciascuno esercizio, l’importo determinato nella misura del 50% delle contribuzioni versate nell’anno precedente…”.

Concludiamo ricordando, se non fosse chiaro che, nel caso in cui si depositino denari in un conto corrente, il depositante diventa creditore dell’istituto di credito. Fallendo quest’ultimo, il primo perderà ineluttabilmente i suoi risparmi, salvo interventi dello Stato, problematici di questi tempi.
Al contrario, i soldi in una cassetta di sicurezza, resteranno sempre di proprietà del depositante, quale che sia la sorte della banca ospitante. Il risparmiatore rischierà di perderli, solo in caso di furto o rapina (ma possono essere sottoscritte apposite coperture assicurative).

 

La detenzione del contante “a titolo di riserva di valore”. Per questo motivo, la gran massa dei risparmiatori diversifica le allocazioni dei risparmi, prevedendone una parte anche in contanti, nelle cassette di sicurezza, in casseforti o sotto il materasso…
Come detto in apertura, la stima di questa consistenza è altissima. La BCE in una sua ricerca ufficiale, la calcola per l’intera Unione Europea (dentro e fuori) a circa il 60% del totale della valuta contante in circolazione, anche se altre fonti la danno a percentuali ancora maggiori.
Vari sono i metodi utilizzati, al fine di calcolare il contante detenuto come riserva di valore, tra i quali, quello che monitora il numero di volte in cui una banconota torna alla banca centrale o a banca commerciale designata dalla banca centrale per detenere banconote per suo conto. Se una banconota presenta una bassa frequenza di restituzione, ciò indica che è tenuta in circolazione per un lungo periodo di tempo. Questo può essere considerato un indicatore della sua funzione di riserva di valore.
La BCE riporta che nel 2017 i tagli da 5€, 10€ e 20€ sono ritornati in media 3 volte l’anno. Quelli da 50€ una volta sola, mentre i tagli maggiori, si sono ripresentati solo una volta ogni due – quattro anni.
Sebbene sia difficile stabilire la linea di demarcazione tra l’uso di una banconota per transazione e l’uso di questa come riserva di valore, è evidente che una latitanza pluriennale dei tagli di grosso calibro, identifica il loro non utilizzo, per qualsiasi scopo, sia legale che illegale. La loro detenzione come riserva di valore, è l’unica spiegazione plausibile.
Concludiamo riportando che, la stessa ricerca stima che alcune banche abbiano iniziato ad utilizzare i contanti, al fine di evitare i tassi di interesse negativi sui depositi presso la BCE o sui loro attuali conti presso banche centrali.
Cosa succederebbe se, dalla sera alla mattina una legge mettesse fuori corso le banconote sopra i 100 euro?
Negli ultimi anni, da quasi tutto l’arco costituzionale, persino da Confindustria, si sono susseguite una serie di proposte al fine di tassare il contante rinvenuto nelle cassette di sicurezza o al momento dei prelievi (applicandovi una ritenuta), come se si presupponesse di provenienza da redditi non dichiarati.
Facciamo notare come la proposta di imporre una “ritenuta di acconto irpef” al momento del prelevamento di somme sui conti correnti, (anche se superiori ad un determinato importo), è altresì aliena al nostro ordinamento tributario, che la prevede sui redditi e non sui prelievi.
Inenarrabili sarebbero anche le conseguenze dal punto di vista burocratico/amministrativo. Un risparmiatore che al momento del prelievo si vedesse operata una simile ritenuta, avrebbe poi l’onere di riportarla nel Modello Unico, al fine di detrarla da eventuali imposte (sempre che le abbia da pagare), oppure per avere a rimborso i suoi soldi dopo qualche anno.
Se vogliamo ridurci anche questo, non resta che accettare passivamente questa follia, indegna di una società civile, che presuppone come “provento” il semplice trasferimento della propria valuta contante.
Un cittadino ha il sacrosanto diritto di conservare le sue sostanze come meglio crede e dove le ritiene più al sicuro, visto che poi, le alternative a disposizione, sono del tutto carenti di garanzie.
La detenzione a scopo di risparmio del contante, così come prevista dalla BCE, è praticata in Italia, in Europa ed anche nei paesi extraeuropei. Impegna più della metà della moneta in circolazione. Affermare che il contante significhi evasione o denaro sporco, significa mistificare la realtà.

 

L’eliminazione del contante è esigenza dei regimi totalitari. A fronte degli ammonimenti dell’Unione Europea e di eminenti giudici costituzionali, sull’evidente lesione della sfera delle libertà individuali che si verificherebbe a seguito dell’eliminazione del contante, non possiamo che ricordare come regimi totalitari, primi fra tutti la Cina, stiano cercando in imporre una loro valuta digitale, tanto da sostituire completamente il contante e rafforzare il loro già ossessivo controllo sulla popolazione.
Il nuovo “sistema di credito sociale”, di cui il governo cinese si servirà per attribuire un “punteggio” ai propri cittadini, si basa proprio su tecnologie informatiche. Monitorerà, sia per le imprese, ma anche per i privati, la capacità di onorare le fatture, i contratti, le preferenze, i comportamenti personali e le relazioni interpersonali. Per contro, vi saranno provvedimenti sanzionatori per chi non raggiungerà un certo “punteggio” quali: punizioni, divieti di voto, esclusioni da scuole private, rallentamento della connessione internet, esclusioni da lavori di alto prestigio, esclusioni da hotel, registrazione su una black-list pubblica, ricompense, accesso facilitato ai finanziamenti, accesso facilitato ad affitto e noleggi, facilitazione di viaggi e spostamenti, status sociale.
L’introduzione dell’ e-yuan virtuale, completerà il meccanismo.
A parere dello scrivente, il passo successivo, sarà quello di obbligare i paesi che intrattengono rapporti commerciali con la Cina, ad accettare in pagamento la moneta virtuale cinese. Ve lo immaginate avere dei risparmi in una moneta, il possesso della cui “sorgente” è in mano ad un governo del genere?
Il nostro sistema tributario, basato su di una forsennata digitalizzazione, che oltretutto ha aumentato la burocrazia invece di diminuirla, seppur non per gli stessi scopi, si avvicina pericolosamente ad una simile impostazione di controllo. Ciò dovrebbe far riflettere tutti noi, se ne valga davvero la pena di perdere le nostre libertà costituzionali, al fine di consentire ad una società malata, di “far cassa” a tutti i costi, per sostenere clientelismi e spesa pubblica improduttiva.

 

Perché si vuole veramente colpire il contante in Italia. Molte sono le ipotesi, sul perché in Italia tutti vogliano colpire il contante. Le più accreditate sono quelle per cui gli istituti di credito, in grande difficoltà, abbiano necessità di reperire introiti dalle commissioni sulle transazioni elettroniche.
Non è un mistero che il nostro sistema bancario abbia i costi più alti in Europa. Da tempo, alcune analisi rivelano che le banche italiane hanno una bassissima incidenza di utili da attività bancarie legate ai prestiti, in quanto chi viene finanziato in Italia (in massima parte i grandi gruppi), presenta bassi gradi di affidabilità. La progressiva diminuzione dei tassi di interesse degli ultimi anni e la parallela crescita delle sofferenze, hanno fatto sì che per gli istituti di credito nostrani, sia sempre più necessario puntare sulle commissioni bancarie.
Inoltre, l’intero settore, necessiterebbe di un taglio delle spese del 30-35% “in un arco di tempo che va dai 3 ai 5 anni”. Questo interesserà tutti i comparti: dal personale, al numero delle filiali attive con i relativi bancomat, aumentando i costi della gestione del contante. I prelevamenti agli sportelli automatici, tanto cari agli italiani diverranno sempre più costosi e difficili.
Non solo, ma lo stesso prelevamento dei contanti allo sportello, sarà molto più penalizzato. Bancomat s.p.a. ha annunciato una possibile revisione della spesa per i prelevamenti, che da fissa (0-3 euro), diverrà variabile. La commissione interbancaria sparirà e ve ne subentrerà un’altra, applicata “a discrezione” dalla banca presso la quale si eserciterà il prelievo, con l’immaginabile aumento di oneri per il consumatore.
La cosa non è sfuggita all’Antitrust che, nel dicembre 2020, ha avviato un’istruttoria al fine di valutare “…se le nuove regole di circuito possano configurare un’intesa suscettibile di restringere o falsare la concorrenza nel mercato comune ai sensi dell’articolo 101 del TFUE…”.
Insomma, gli istituti di credito italiani, che da sempre hanno manifestato grandi difficoltà a finanziare le imprese, le start up ed in particolare “l’idea imprenditoriale”, spesso coinvolti nel sostenere grandi gruppi “decotti e troppo grandi per fallire”, ed infine obbligati a fusioni ed incorporazioni di salvataggio di altre banche, oggi presentano il conto proprio a coloro che dovrebbero essere i loro migliori clienti da tutelare: i risparmiatori, su cui tutti, dal mondo bancario, alla politica, intendono scaricare i costi dei loro fallimenti.
Quest’ultima fa loro da cassa di risonanza, approfittando di questo interesse, al fine di tassare o veicolare il più possibile, il contante “dormiente”, verso maggior spesa pubblica spesso camuffata da “incentivi”, senza comprendere che, il denaro investito in un sistema bloccato dall’assenza di riforme strutturali, nel medio – lungo termine sortisce effetti peggiori di quelli che si sarebbero avuti non facendo nulla.

 

Pericoli incombenti. Altri pericoli, ben più gravi, potrebbero gravare sul contante una volta minata per sempre la sua funzione di riserva di valore e ricollocato forzosamente sui conti correnti.
Possiamo fare soltanto delle ipotesi, ben inteso, ma la fantasia del nostro legislatore è ben nota, così come la sua fame di denaro. In particolare sovviene l’esperimento dei cosiddetti P.I.R., piani individuali di risparmio, introdotti con la legge di stabilità del 2017.
Questi possono assumere varie forme, (polizze assicurative a contenuto finanziario, fondi comuni di investimento, depositi amministrati…), ma con il preciso obbligo di andare a finanziare imprese con attività stabilite in Italia e di vincolare gli investimenti per un quinquennio. Al fine di incentivare la sottoscrizione dei P.I.R., è prevista l’esenzione dall’imposta di successione, l’esenzione delle imposte sul capital gain e sui rendimenti e, dal 2021 a determinate condizioni, un credito di imposta pari alle perdite subite trasferendo, tanto per cambiare sull’erario e sul contribuente, il rischio dell’investimento .
Cosa succederebbe se, un bel giorno, a seguito di una politica di tassi negativi sui conti correnti, della minaccia di una consistente patrimoniale o di un’ inasprimento dell’imposta di successione, i risparmiatori fossero indotti, al fine di evitarle, a trasferire le loro sostanze dai conti correnti a tali strumenti?
Cosa succederebbe poi, se detti P.I.R., vedessero modificate le loro condizioni di utilizzo e venissero indirizzati a qualche “patriottico” rilancio dell’economia nazionale post pandemica, magari sostenendo imprese di stato decotte, istituti di credito in default o pubbliche amministrazioni al collasso?
C’è sempre la garanzia dello Stato, sentiremmo risponderci.

 

La ripresa economica dell’Italia non passa per l’eliminazione del contante. La presente lunga esposizione, sulle problematiche suscitate dalla proposta di abolire il contante, ci porta inevitabilmente a concludere che questo, al di là dei luoghi comuni, deve per contro rimanere. Non tanto perché consentito da una legge, quanto per il fatto che il buon senso della stragrande maggioranza della popolazione lo considera ancora necessario. Dimostrazione ne è l’aumento della domanda e della sua quantità in circolazione, per scopi legali.

L’importante è che questo circoli, ovvero che, da risparmio detenuto a titolo di riserva di valore, si trasformi volontariamente in investimenti. È il risparmiatore, che liberamente e percependo il mutamento della situazione generale, deve divenire investitore e magari imprenditore. Egli è il solo che può decidere dove, come e quando allocare i suoi denari.

Per far ciò, è necessario ricreare un clima di fiducia, il contrario di quello che si è fatto finora, con le cacce alle streghe, con gli annunci scoop su fantasmagoriche iniziative per la lotta all’evasione, la quale va si perseguita, ma non demonizzata e tantomeno utilizzata come alibi per iscrivere nel bilancio dello Stato “dubbie previsioni di ricavi da riscossione” a fronte di spese certe.

Sono necessarie riforme strutturali, che rendano proficuo investire in Italia, ovvero che facciano sì che la commistione tra capitale e lavoro dia risultati positivi e non si trasformi, come è ora, in una perdita netta.

Anche le proposte di “farsi promotori per la messa fuori corso delle banconote sopra i 100 euro”, così come quelle di “imporre una ritenuta del 5% sui prelievi”, evidentemente aliene al vigente diritto comunitario e nazionale, con nessuna possibilità di assumere concretezza, non provocano altro che panico e sfiducia tra gli Italiani e soprattutto, nei confronti degli investitori stranieri, rivelano solo la disperazione imperante nel nostro paese. Cosa che li ha tenuti, li tiene e li terrà ben lontani da noi.

Non dimentichiamo, come si è detto in precedenza, che dai paesi con governi dispotici, che hanno goduto di uno sviluppo economico favorevole, e che ora si apprestano a chiudere in trappola i loro sventurati sudditi, molti uomini e donne d’ingegno e relativi capitali, se ne stanno già andando. Forse delocalizzeranno nei paesi limitrofi, ma forse potrebbero passare anche dalle nostre parti.

E’ necessario creare uno stato di accoglienza, non solo per i ricchi e i giocatori di calcio (come hanno invece fatto le sinistre), ma per tutti, poiché se vogliamo la giustizia sociale, questa deve ovviamente partire dal basso. Tale regime non si crea con escamotages legislativi o con continue riforme fiscali (e relative lotterie delle aliquote), ma prima di tutto, cominciando a chiedersi se nel nostro paese esiste ancora un reddito imponibile da tassare e quali spese si andranno prima a tagliare.

Questo stato “positivo”, lo si costruisce negli anni, con la stabilità delle leggi, non incedendo alla demagogia, prendendo atto della drammaticità estrema della situazione in cui versiamo e non scaricando continuamente la responsabilità dei nostri fallimenti sugli untori di turno,  che siano evasori,  riciclatori o criminalità organizzata, i quali sono presenti ovunque nel mondo, perché ciò fa parte della vita. Vanno perseguiti sì, ma non a prezzo di compromettere lo sviluppo economico, i diritti costituzionali e creare prigioni a cielo aperto, poiché da queste ultime, si può solo scappare.

Per farlo, è necessario un cambio di mentalità. In particolare sul ruolo dello Stato, che deve decidersi ad “arretrare”. Deve arretrare dalle posizioni che adesso indebitamente occupa al fine di garantire, ad una società malata, una spesa pubblica evidentemente insostenibile, che ogni giorno necessita di nuove fantasiose fonti di entrata, come la “caccia al contante” dimostra.

Non è un caso che in piena pandemia, la Sardegna si ritrovi ad avere ben 8 provincie e 12 capoluoghi, a dispetto di un referendum che le voleva abolite nel 2012, rendendola più simile all’Inghilterra dell’Eptarchia Anglosassone dei secoli bui, piuttosto che ad una moderna regione dell’Unione Europea.

Una coalizione democratica di forze laiche e liberali, deve farsi carico di questa problematica, così importante per la tutela dei diritti civili degli italiani, per lo sviluppo economico del nostro paese e per la salvaguardia del risparmio, “che va tutelato e incoraggiato in tutte le sue forme” anche in contante, così come previsto dall’art.47 della nostra Costituzione repubblicana.

Per la circolazione, dovrà prendere esempio dai paesi con economia più prospera della nostra, come la Germania, ove questi limiti non esistono e prevederli, semmai, in conformità alle norme dell’Unione Europea in materia di antiriciclaggio, tenendo ben presente il fatto che, ogni limitazione che si pone è un impedimento alla crescita economica del paese,  mina la stabilità dei mercati e la fiducia degli investitori e pertanto va “usata” con estrema cautela.

Per quanto riguarda invece la detenzione del contante come “riserva di valore”, prendendo coscienza della sua importanza e insostituibilità, sia onere degli organi di controllo, di dimostrare la provenienza illecita o evasiva delle somme di denaro rinvenute, sempre ovviamente contestualizzando l’accertamento al caso concreto e al buon senso.