È ormai evidente che la riforma fiscale non è più procrastinabile. Come evidenziato da FMI, OCSE e UE, quest’ultima ne ha fatto una condizione per l’erogazione dei fondi del programma  Next Generation EU, in Italia continuano a consolidarsi due problemi: da un lato una pressione fiscale insostenibile che paralizza la crescita, dall’altro la necessità di semplificazione di un sistema ingovernabile e la cui amministrazione assorbe una parte troppo elevata del gettito.

Le recenti sparate in tema di riforma fiscale da parte di chi ha proposto un inasprimento alla tassa di successione per finanziare una dote ai diciottenni, le periodiche intemerate di chi chiede una non meglio definita imposta patrimoniale in un Paese che ha già la pressione fiscale effettiva prossima al 64%, i salotti televisivi che beatificano Thomas Piketty, che, bontà sua, nel 2017 ha fatto inabissare il Partito socialista francese, hanno reso il dibattito pubblico un incrocio tra un concorso di popolarità e La Corrida – dilettanti allo sbaraglio, in una corsa a ingarbugliare i temi e alimentare l’antagonismo sociale.

Occorre dunque fare chiarezza.

Le tasse devono equilibrare 2 esigenze: non essere alte al punto da distruggere la capacità produttiva, né essere basse al punto da provocare la rivoluzione bolscevica. La funzione della fiscalità generale è quella di finanziare il fabbisogno dello Stato senza però distorcere le decisioni individuali in materia di risparmio e investimento.

Il punto che le proposte a cappella dei guru del collettivismo criptocomunista continuano a mancare è che la redistribuzione serve a garantire la competitività, finanziando infrastrutture, capitale umano e salute, cioè le condizioni necessarie per forza e resilienza del sistema-Paese. Questo non è l’equivalente di togliere ai ricchi per dare ai poveri, ma creare le condizioni di competitività per elevare il tenore medio di vita attraverso la crescita economica e la diffusione della ricchezza.

Il fisco italiano non fa nulla di quanto sopra esposto: è punitivo della ricchezza, distorsivo delle scelte economiche, ed è uno strumento di politica industriale: un centinaio di tax expenditures e bonus servono ad incentivare politiche industriali. Va detto con chiarezza che non si può fare politica industriale con i bonus fiscali.

Nel climax verso questo stato di sfascio si sono insinuati due attori principali: Vincenzo Visco (il Conte Dracula famosamente posto a capo dell’Avis) e il Vaticano. Visco ha formato al MEF una squadra di funzionari ideologici che perseguono la giustizia sociale attraverso la leva fiscale. Il Vaticano a sua volta ha educato funzionari che predicano il pauperismo, il pregiudizio anticapitalistico e la condanna della ricchezza.

Ma all’anomalia italiana si è aggiunta la sovrastratificazione del populismo: il suo corredo di fantasticherie new age sulla decrescita felice crea l’impressione di un conflitto tra economia e benessere. Si combatte la lotta di classe del XXI secolo senza manco la cultura marxista.

Ma c’è lo spazio per sperimentare e mostrare la capacità di applicare formule con un migliore sostrato accademico: se una misura di sostegno contro le povertà non è direzionalmente sbagliata, si può cominciare ad abolire il reddito di cittadinanza e sostituirlo con l’imposta negativa teorizzata da Friedman.

E forse è il momento di aprire una riflessione sul superamento delle imposte tematiche: sul reddito, sul patrimonio, sulle rendite, sui consumi, e pensare all’imposta unica sulla capacità economica per trovare il giusto equilibrio tra incentivi alla capacità produttiva e finanziamenti per la lotta non alle disuguaglianze, ma alle ingiustizie causate forse dalla cattiva sorte, certamente da una spesa pubblica parassitaria e improduttiva e un sistema arroccato in difesa dei corporativismi e obliquo all’ascensore sociale.