È iniziata da pochi giorni nei cieli del Mediterraneo l’esercitazione militare “Quinta Corona”, che vede uno storico dispiegamento dello schieramento aereo di Israele nelle basi del nostro meridione: esso è progettato, dal punto di vista israeliano, per rafforzare la cooperazione tra le forze aeree, conoscere gli squadroni F35 nel mondo, promuovere le capacità di connettività tra caccia “ADIR” e condurre l’addestramento in un’arena sconosciuta con l’obiettivo di migliorare le capacità di dispiegamento degli F35 stessi.

Le manovre militari congiunte vedranno infatti impegnati, dal 6 al 17 giugno, sei caccia israeliani fianco a fianco con quelli di USA, UK ed Italia.

Dalla base pugliese di Amendola, già teatro nel 2019 di una analoga esercitazione, sebbene su scala minore e senza la partecipazione dello Stato ebraico, i temibili F35 S si leveranno in volo per test volti a simulare scenari bellici aerei ed aeronavali, grazie anche alla presenza della portaerei britannica HMS Queen Elizabeth,che azionerà le sue batterie di missili terra-aria contro i velivoli alleati.

Va tenuto presente che sono poche e selezionate le nazioni facenti parte dell’esclusivo “Club F35”: questi ultimi non sono semplici aerei militari, ma devono considerarsi delle vere e proprie centrali di guerra informativa volanti; è come se una stazione Cia dotata di invisibilità ai radar e munita delle armi più avanzate potesse alzarsi in volo per registrare e neutralizzare ogni minimo elemento ostile.

In poche parole si tratta di armamenti con un potenziale “geopolitico” enorme, in grado di proiettare potenza ed intelligence come mai accaduto fino ad ora.

Inoltre, la versione degli F35 in dotazione ad Israele rappresenta un unicum mondiale poiché incorpora sistemi elettronici e sistemi software proprietari: lo Stato ebraico è l’unico paese sul pianeta ad aver ottenuto dagli Usa una “personalizzazione” significativa di questi aerei.

Ciò detto, occorre anche provare ad interpretare le motivazioni, palesi ed occulte, che sottendono tale spiegamento di forze nel cuore del Mediterraneo, alle quali sembra adattarsi alla perfezione il titolo di un celebre romanzo di Leonardo Sciascia: “A ciascuno il suo”.

Un alto ufficiale dell’IAF, la Israeli Air Force, pare abbia dichiarato, coperto da anonimato, che tali esercitazioni serviranno a preparare i piloti israeliani per azioni di guerra contro l’Iran.

Quali invece i messaggi che gli altri tre attori intendono veicolare attraverso questa esercitazione?

Per gli Stati Uniti potrebbe essere un’ottima occasione per comunicare il suo ritorno in grande stile nel Mediterraneo dopo il parziale abbandono da parte dell’amministrazione Trump e per di più in coincidenza con il lungo viaggio di Biden in Europa che culminerà nell’incontro al vertice con Vladimir Putin il 16 di giugno.

Se gli americani sembrano voler dire “we’re back”, i britannici, che non se ne sono mai andati dal Mediterraneo, vogliono probabilmente riaffermare l’importanza dell’asse anglo-americano e la necessità della loro presenza navale nel nostro bacino, anche in chiave Nato.

E l’Italia ha messaggi da infilare in una bottiglia da lanciare nell’ex mare nostrum?

Dovrebbe, a ben vedere, averne parecchi, visto che a poche miglia marine dalle nostre coste c’è la Libia, dove da qualche tempo spadroneggiano Russia e Turchia.

Queste due nazioni sono entrambe escluse dal programma degli F35: la prima per ovvi motivi storici, mentre la seconda, nonostante sia paese Nato, per via di un blocco imposto dagli Usa, seguito alla loro decisione di acquistare il sistema anti-missile russo S-400.

Chissà che in queste esercitazioni congiunte questi due paesi non leggano, in trasparenza, una volontà di risveglio da parte dell’Italia che, invece, aderisce pienamente al programma F35.

Non è più tempo per tatticismi da animali notturni e, citando ancora Sciascia, bisogna che si faccia giorno, anche per la civetta italiana.