Il tempo sta scorrendo rapido verso la bomba atomica iraniana. Dopo il recente rapporto AEIA che ha specificato come l’Iran, a seguito dell’esplosione sotterranea dell’aprile scorso che distrusse una parte del sito iraniano di Natanz, sia stato costretto a ridurre l’arricchimento dell’uranio, ma nonostante ciò continui a perseverare a farlo, il Segretario di Stato americano, Anthony Blinken ha dichiarato che è solo questione di settimane prima che l’Iran sia effettivamente in grado di assemblare un ordigno atomico.

Parlando ad alcuni membri del Congresso, Blinken ha specificato che se l’Iran continuerà a violare i limiti dell’Accordo sul nucleare del 2015, dal quale Donald Trump fece uscire gli Stati Uniti nel 2018, questo esito è inevitabile.

A questo punto è chiaro che Israele non starà a guardare in attesa che il regime di Teheran sia dotato della possibilità di poterlo attaccare con armi atomiche. La visita a Washington, di Yossi Cohen, ex capo del Mossad, avvenuta ai primi di maggio è stata l’occasione di un aggiornamento della situazione con gli Stati Uniti, e non è certo un caso che a poche settimane di distanza il più alto responsabile della politica estera americana abbia parlato in modo così esplicito.

Joe Biden ha interesse a riprendere un accordo con l’Iran, ma meno evidente è se l’Iran voglia accettare di sedersi a un tavolo negoziale. Donald Trump, applicando il metodo del bastone e della carota, mentre colpiva l’Iran con drastiche sanzioni economiche, si dichiarava disposto anche lui a siglare un nuovo accordo. Il problema non sta dunque nell’obbiettivo da raggiungere da parte degli Stati Uniti, ma nelle condizioni di un eventuale accordo con l’Iran. Ed è questo, sostanzialmente, il timore di Israele.

Il rigetto di Benjamin Netanyahu nei confronti del JCPOA voluto da Barack Obama nel 2015, e fatto proprio poi da Trump, stava precisamente in ciò, nella critica serrata alle modalità di un’intesa che, a parere del premier israeliano, non era assolutamente in grado di salvaguardare la sicurezza dello Stato ebraico. Questa preoccupazione permane ancora oggi, perché per Israele, meglio un non accordo che un accordo fragile.

In questo scenario ancora incerto l’unica cosa sicura è che Israele non può permettersi di vedere l’Iran trasformarsi in una potenza nucleare. Cosa comporterà concretamente questa posizione esplicitata a più riprese, resta da vedere.

 

 

 

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Milanese. Laureatosi in filosofia teorica a Roma, è ricercatore indipendente relativamente al conflitto arabo-israeliano. Collabora con L’Informale, Progetto Dreyfus e Caratteri Liberi. Diverse sue interviste con alcuni dei più autorevoli studiosi di storia di Israele, islamismo e jihad, tra cui Benny Morris, Daniel Pipes, Robert Spencer e Mordechai Kedar, sono apparse oltre che su L’Informale, su DanielPipes.org, Middle East Forum, Frontpage Magazine e The Jerusalem Herald. Direttore editoriale della collana Ricerche sull’antisemitismo e l’antisionismo della Salomone Belforte Editore, ha pubblicato Il Sabba Intorno a Israele: Fenomenologia di una demonizzazione, Lindau, 2017 e Il Capro Espiatorio: Israele e la crisi dell’Europa, Lindau, 2019. Segue la politica estera per La Voce Repubblicana.