La critica sul Disordine in Corte, ovvero sulla caduta di credibilità del sistema Giustizia in Italia, sta diventando stucchevole davanti alla quantità di scandali e casi di mala giustizia che quotidianamente affollano le cronache. Da ultimo la sentenza sul caso ENI in cui due Pubblici Ministeri sono accusati di aver nascosto le prove dell’innocenza degli imputati, un fatto gravissimo, tanto più perché attribuito a due magistrati che, più volte in passato, si sono messi in luce per azioni in cui la marca ideologica appariva evidente.

Ricordo che all’Università amavo molto la Filosofia del Diritto, quella pratica però, soprattutto quella corrente di pensiero che va sotto il nome generico di Realismo Giuridico Scandinavo e Americano. Questa profonda materia, che ogni legale dovrebbe affrontare e conoscere,  prepara professionalmente ad affrontare non solo i meandri della legge, ma anche quelli della personalità ed orientamento ideologico del Giudice. Ma nulla di tutto ciò è afferente e può preparare a quello che è il sistema italiano perché non di ideologia si tratta, si badi bene, ma di una precisa organizzazione che prevede precise scale di gerarchia e carriera, che è improntata all’affermazione del potere Giudiziario sugli altri, occupandone manu militare i posti di vertice, fatto che è evidentemente sotto i nostri occhi.

Una categoria di ingiudicabili che ha creato al proprio interno una maggioranza attiva e militante che occorre anche stare attenti ad additare, pena l’avvio di procedimenti penali a proprio carico. Un clima da dittatura giudiziaria in un paese dove, come diceva Longanesi, la estrema durezza delle leggi è attenuata dalla loro generale inosservanza.

 

Che dire, Viva la Repubblica! Povero Mazzini!