Quello che ha giurato ieri davanti alla Knesset si presenta come uno dei governi israeliani più fragili della storia del Paese e al tempo stesso più carico di aspettative. La fragilità nasce non solo dalla debolissima maggioranza ma anche dalla eterogeneità delle sue componenti. Ma è un governo su cui si appuntano anche molte aspettative che non sono solo legate alla conclusione (ma sarà definitiva?) della lunga era Netanyahu.

Per chiarire quale è forse la maggiore delle aspettative si possono riportare le parole pronunciate – in un’intervista rilasciata a Sharon Nizza e pubblicata su la Repubblica dell’11 giugno – da Mansour Abbas, il leader di Ra’am, il partito islamico che, per la prima volta nella storia di Israele, sostiene il governo: «Possiamo scegliere se rimanere arroccati nell’ostilità o guardare al futuro. L’obiettivo è quello della convivenza». Sono parole che valgono non solo per la minoranza araba ma anche per la maggioranza ebraica che è chiamata a esprimersi con chiarezza sulla piena legittimità della presenza di cittadini israeliani di etnia araba. Non sono scelte facile e di nuovo lo stesso Abbas le ha messe in evidenza quando ha detto: «Dobbiamo giostrarci tra la nostra identità di arabi palestinesi e di cittadini dello Stato d’Israele». È positivo che proprio il leader di un partito arabo abbia posto con chiarezza il problema che si manifesta tutte le volte che la nazionalità non coincide con la cittadinanza. Non è un problema di facile soluzione, affidata soltanto alla buona volontà o alle dichiarazioni d’intenti. Però è positivo che sia stato posto con la chiarezza necessaria, premessa per soluzioni realistiche.

Se il ristabilimento della convivenza tra maggioranza ebraica e minoranza araba è il primo compito del nuovo governo, altri potrebbe averne, proprio come segnale della discontinuità con l’era Netanyahu. Uno di questi è la laicità dello Stato. Bisogna essere chiari: il problema della laicità si pone in Israele in modo del tutto diverso da come si è posto nelle società europee e in particolare negli Stati di tradizione cattolica. In questi ultimi la laicità ha significato combattere contro le posizioni della Chiesa che voleva mantenere le proprie pretese temporalistiche e svincolare lo Stato dalla sua tutela. Ciò è avvenuto in misura maggiore o minore a seconda dei vari Stati ma lo stesso regime concordatario parte dal presupposto della laicità dello Stato. In Israele il problema si pone in maniera del tutto diversa: il sionismo, nato come movimento laico, si è trovato di fronte non una Chiesa ostile ma una tradizione biblica nella quale, almeno a livello simbolico, lo stesso sionismo si riconosceva. Questa specificità, che si ritrova anche nel nome stesso di Israele, ha dato luogo a uno Stato che è fondamentalmente laico ma che era stato pensato per cittadini non solo di etnia ma anche di religione ebraica, dove i due aspetti non sono distinguibili sulla base dei criteri della tradizione cristiana. In realtà Israele deve oggi fare i conti con la presenza non solo di una rilevante presenza arabo-islamica e di una cristiana significativa anche se ridotta ma, soprattutto, con la crescente laicizzazione della società.

Questa crescente laicizzazione – che va di pari passo con il suo fenomeno opposto, la dilagante presenza degli haredim, degli ultraortodossi – pone problemi non insormontabili ma molto sensibili proprio perché riguardano la vita quotidiana dei cittadini e alcuni momenti fondamentali della loro esistenza: il rispetto dello Shabbath, quello della Kasheruth e, in maniera particolare, la disciplina del matrimonio. Per quest’ultimo caso la situazione è ormai paradossale: lo Stato riconosce soltanto il matrimonio celebrato secondo i riti ebraico, islamico e cristiano, mentre non esiste il matrimonio civile; allo stesso tempo secondo un recente sondaggio più del 70% dei cittadini israeliani ne vorrebbe l’introduzione. Sembrerebbe una riforma ormai matura ma c’è da dubitare che questo governo – dove sono presenti partiti non solo di destra e di sinistra ma anche laici e religiosi – voglia rischiare la crisi su argomenti così delicati e divisivi.

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Ha insegnato fino al 2012 nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Firenze dove è stato anche coordinatore del Master in Comunicazione del Patrimonio culturale. Dal 1980 al 2010 ha coordinato i maggiori progetti di valorizzazione del patrimonio culturale della Regione.Toscana. E' stato presidente del Centro di ricerche storiche e di scienze sociali "Passato Prossimo". E' attualmente presidente dell'Associazione Italia-Israele di Firenze. E' autore di numerosi articoli e libri tra i quali "Filippo Stecchi un editore fiorentino del Settecento tra riformismo e rivoluzione" (1989); "Pinocchio e la sua immagine" (1981); "Il sistema dei beni culturali in Italia" (2004);"Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d'Israele. Una lunga coerenza"; "1967. Comunisti e socialisti di fronte alla guerra dei Sei giorni. La costruzione dell'immagine dello Stato d'Israele nella sinistra italiana" (2014); "Viaggio in Israele" (2017); "Amare gli ebrei Odiare Israele. Antisemitismo e antisionismo nella nostra società" (2020).