Non è per nostalgia, né per piaggeria, ma l’Esame di Stato, così com’è oggi (fotocopia di quello dello scorso anno), non può che suscitare perplessità, sia sul piano delle modalità di svolgimento, sia sull’obiettività della valutazione finale delle competenze degli studenti e del loro livello globale di maturazione.

Negli ultimi anni il “povero” esame ha visto, infatti, la scomparsa della terza prova scritta, la soppressione, con disappunto di molti, del tema di storia, la modifica della composizione della commissione, col presidente unico membro esterno, ed infine, a causa della pandemia, il taglio di tutte le prove scritte, con la conseguente riduzione dell’esame ad una sola prova orale, pur articolata in varie fasi.

Forse, con un piano di vaccinazioni preventivato anche per i maturandi (già realizzato in alcune regioni), con le giuste precauzioni igienico-sanitarie, con gli opportuni distanziamenti, si sarebbe potuta effettuare almeno una prova scritta collettiva in presenza, proprio allo scopo di dare all’esame quell’ethos di formalità ed attendibilità che merita (…scripta manent).

A pesare, infine, oltre la preparazione discontinua e probabilmente lacunosa per i frequenti ricorsi alla didattica a distanza, l’ assenza di un rapporto costante e costruttivo con i docenti ed i compagni, la “solitudine” e l’angoscia delle quarantene forzate, che hanno, peraltro, minato quel “pathos” di gruppo che ha sempre caratterizzato  l’approccio solidale ed emotivo degli studenti all’Esame di Stato.

Non resta che auspicare tempi migliori, per i nostri giovani e per la nostra scuola, autentici “investimenti produttivi” per il futuro del Paese.