In Cornovaglia si è appena concluso il G7, ossia il vertice tra i sette Paesi economicamente più avanzati del mondo. Questa almeno è la definizione di G7 da manuale: un’Organizzazione intergovernativa nata nel 1975 e formalizzata nel 1986, quando il Canada si aggiunse al gruppo fondativo dei Sei: Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Francia, Germania e Italia. Nei primi decenni di vita, il suo ruolo è stato centrale nella gestione della governance mondiale. Ma è ancora così? Negli ultimi quarant’anni il mondo è profondamente cambiato, a causa di eventi storici (si pensi al crollo del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 o all’attacco alle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001) che ne hanno mutato gli equilibri economici e geopolitici.

Questo è il motivo che ha portato nel 1999 alla creazione del G20. Si tratta di un Forum dei leader delle venti economie più industrializzate del mondo, che rappresentano i due terzi della popolazione e del commercio globale, circa l’80% del PIL sistemico annuo. Di esso, oltre ai Paesi del G7, fanno parte i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), Arabia Saudita, Argentina, Corea del Sud, Turchia, Indonesia, Messico e Australia. L’ultimo vertice G20 (novembre 2020) è stato ospitato dall’Arabia Saudita, anche se a causa della pandemia si è trattato di un incontro virtuale. Ciò attribuisce ancora maggiore importanza al prossimo vertice G20, che si terrà in Italia alla fine del mese di ottobre (30-31). Perché potrebbe trattarsi del classico momento della verità: l’allineamento degli interessi strategici globali è una chimera, in un mondo che si scopre ogni giorno più bipolare.

La leadership mondiale americana, indiscussa dal Secondo conflitto Mondiale, è ora minacciata da una nuova potenza che non nasconde ambizioni sempre più vaste: la Cina. Pechino è l’unico Paese tra i Big ad avere archiviato il 2020 con un PIL in crescita (+2.3% Y/y) e secondo numerosi studi si appresta a superare l’economia statunitense in termini di ammontare, dopo averlo già fatto come potere d’acquisto (2020 GDP sets China up to overtake US as No. 1 economy sooner than expected | Fortune).

Non è quindi sorprendente che la Cina sia stata il convitato di pietra del G7, a maggior ragione in un periodo che resta fortemente caratterizzato dalla pandemia. Il presidente americano Biden, al di là di un approccio formalmente diverso, ha un’idea della Cina molto simile a quella del suo predecessore: si tratta di una potenza rivale, le cui mire egemoniche globali vanno combattute. Il portavoce della Casa Bianca, all’inizio dei lavori ha affermato che “sono le democrazie e non le autocrazie a porre le basi per il progresso“. Il disegno americano pare chiaro: ricompattare i tradizionali alleati (Regno Unito, Europa e Giappone in primis), definendo una linea comune per contrastare l’inesorabile avanzata cinese.

L’approccio? Il più ampio possibile, attaccando la Cina dove essa risulta più debole. In primo luogo nel mancato rispetto dei diritti umani e dei trattati internazionali, in modo da evidenziarne l’atteggiamento poco trasparente, danneggiandone l’immagine e producendo dei potenziali effetti di isolamento internazionale. Non è casuale che pochi giorni prima del G7 Biden abbia ordinato alle agenzie di intelligence USA di effettuare un’analisi più approfondita sulla Covid-19, facendo riemergere con forza l’ipotesi di un’origine non naturale del virus (Did Covid come from a Wuhan lab? What we know so far | Coronavirus | The Guardian).

Nel comunicato finale del vertice si legge: “Il G7 chiede alla Cina il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, soprattutto nello Xinjiang”, precisando che tale libertà viene richiesta anche per Hong Kong, in merito alla quale Pechino ha da poco varato una nuova legge elettorale che di fatto le consente di controllare il sistema politico dell’ex colonia britannica (Cina: approvata riforma sistema elettorale di Hong Kong – Primopiano – Ansa.it).

L’attacco pare andato a segno, stante la risposta che Pechino ha affidato alla sua ambasciata a Londra. Da una nota delle agenzie internazionali si legge infatti che la Cina ha accusato il Gruppo dei Sette di sfruttare le questioni relative allo Xinjiang per dedicarsi alla manipolazione politica e interferire negli affari interni cinesi, precisando che Pechino si oppone fermamente a questo. Sempre nella strategia di Biden, vi è la volontà di proporre un approccio alternativo a quello cinese per quanto riguarda gli investimenti infrastrutturali a livello globale. Da qui l’annuncio, fatto sempre in Cornovaglia, del Build Back Better World (B3W). Già dal nome esso richiama il piano di ricostruzione delle infrastrutture lanciato da Biden in patria (Build Back Better) e che si pone in aperta sfida alla Belt&Road Initiative (B&R), la cosiddetta Via della Seta cinese.

Il G7 non è certo entrato nei dettagli del B3W (soprattutto di chi pagherà la cifra colossale stimata di circa 40.000 miliardi dollari) ma anche l’obbiettivo è chiaro. Come spiegato dalla Casa Bianca si tratta “di un’iniziativa costruttiva per soddisfare le enormi esigenze di infrastrutture dei Paesi a basso e medio reddito fornendo loro un’alternativa positiva alla Cina”. Qui la risposta di Pechino è stata più sprezzante. L’ambasciatore cinese a Londra ha infatti dichiarato: “I giorni di quando le decisioni globali erano dettate da un piccolo gruppo di Paesi sono finiti da molto. Noi crediamo che i Paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, poveri o ricchi, siano tutti uguali e che gli affari del mondo devono essere gestiti attraverso la consultazione tra Paesi”.

In questa disputa tra le due grandi super potenze, qual è la posizione reale dell’Europa? Le linee nelle capitali del vecchio Continente sono decisamente più prudenti rispetto alla risolutezza di Washington. Ciò emerge con chiarezza dall’esercizio di equilibrismo semantico di Charles Michel, presidente del Consiglio Europeo, secondo il quale “la Cina è un partner per le sfide globali, un concorrente economico e un rivale sistemico”. Una maggiore chiarezza è giunta dal premier italiano Draghi, il quale ha indicato che Roma non esclude di rivedere l’accordo siglato con Pechino nel 2019 sulla Via della Seta (Italia-Cina, dalla Via della Seta agli accordi commerciali: ecco le intese – Cronaca – ANSA). A margine del vertice G7 Draghi ha precisato: “Nessuno disputa il fatto che la Cina abbia diritto ad essere una grande economia come le altre. Quello che è stato messo in discussione sono i modi che utilizza, anche con le detenzioni coercitive. È un’autocrazia che non aderisce alle regole multilaterali e non condivide la stessa visione del mondo delle democrazie”.

Certo, se si passa dalla teoria alla pratica, la questione appare decisamente più intricata. Un recente studio della Sheffield Hallam University documenta infatti come lo Xinjiang produca oltre il 50% delle forniture globali di un materiale essenziale per i pannelli fotovoltaici: il polisilicone (In Broad Daylight Uyghur Forced Labour in the Solar Supply Chain | Sheffield Hallam University (shu.ac.uk)). Buona parte di esso è prodotto dagli uiguri, probabilmente in condizioni di detenzione coercitiva, ma di esso l’Europa ha un’esigenza imprescindibile alla luce della rivoluzione energetica in corso. Nel 2020 l’interscambio commerciale UE-Cina ha raggiunto i 585 miliardi euro, superando per la prima volta quello tra l’Europa e gli Stati Uniti.

Berlino ha fatto la parte del leone, dato che Pechino rappresenta da un lustro il suo primo partner commerciale (Cina resta primo partner commerciale della Germania – Germania – Nuova Europa – ANSA.it). Da qui la linea prudente della cancelliera Merkel che ha detto: “Non bisogna esagerare la minaccia cinese“. La dipendenza dell’export cinese riguarda anche numerosi settori italiani: lo sa bene l’industria della moda, il cui fatturato dipende sempre di più dai desiderata dei ricchi consumatori del Celeste Impero. La logica dell’iper-globalizzazione selvaggia e senza regole necessiterà di tempo per essere rivista senza produrre enormi danni a tutti i players in campo. Il mondo sta archiviando la pagina del villaggio globale, che la Storia potrebbe giudicare insensata, quanto utopica. Ma nel frattempo all’Europa, stretta tra i due giganti, non resta che rispolverare l’antico agio del drammaturgo romano Decimo Laberio: “Tratta il tuo amico come se un giorno dovesse diventare tuo nemico, e il nemico come se un giorno dovesse diventare amico“.