Nel suo ultimo libro, All’inferno e ritorno-per la nostra rinascita sociale ed economica sono ben spiegati i due principi (quello dell’uguaglianza nelle opportunità e quello del merito) che possono coniugare la giustizia sociale con un’efficiente allocazione delle risorse. Nell’attuale quadro politico, dove ha riscontrato l’accoglimento di tali principi? «Non facendo alcun specifico riferimento a partiti politici, posso dire che l’ho riscontrato all’interno del discorso di Mario Draghi alle Camere, nell’atto di richiedere la fiducia al Parlamento».

Nell’introduzione lei dice che “questo è un libro politico, anche se scritto da chi politico non è”. Considera il suo ruolo di coordinatore del Programma per l’Italia come un ruolo politico, oppure tecnico? «Al momento il mio è un ruolo di supporto alla politica, quindi è un ruolo di natura tecnica. Solo se un giorno mi candiderò, potrò dire che sto assumendo un ruolo chiaramente politico».

Parliamo di Europa. In questo momento stiamo ricevendo diverse forme di sostegno da parte delle istituzioni europee (erogazioni a fondo perduto, prestiti a tasso negativo, acquisti di titoli pubblici da parte della Bce); ma quando questi sostegni finiranno, che strada dovremmo imboccare per non essere dipendenti dal solito “vincolo esterno”? «La strada più percorribile che abbiamo davanti è quella della crescita, ma nel contempo occorrerebbe che le maggiori entrate derivanti da tale auspicabile e futura crescita vengano “messe da parte”; tutto ciò non in ottica di austerità, ma con una certa attenzione alla qualità della spesa pubblica, vale a dire attraverso una spending review qualitativa».

Il premier Mario Draghi, al G7 in Cornovaglia, ha affermato che da qui in avanti saranno necessari più investimenti e meno sussidi, preservando però nel contempo la coesione sociale. Nel libro mi è sembrato di scorgere, da parte sua, un’analoga visione. Qual è la ricetta migliore per realizzare ciò? «Servono delle riforme incisive e strutturali per innescare e mantenere nel tempo, lo ribadisco, una robusta e duratura crescita. Senza riforme che vadano ad impattare sull’ istruzione pubblica, sulla giustizia e sul sistema sanitario, oltre che sul fisco, non si potrà ottenere questo risultato».

Nel libro, oltre ad enunciare principi teorici, lei espone anche molte “ricette” politiche di immediata applicazione. Tant’è che uno dei capitoli ha come titolo “Dal principio generale ad un’agenda politica”. Vorrebbe, cortesemente, illustrarci i principali cardini di tale agenda politica? «I principi sono fondamentalmente tre: il primo è l’uguaglianza delle opportunità per ogni individuo, da realizzarsi soprattutto potenziando e migliorando il sistema dell’istruzione e formazione pubblica; il secondo è il principio meritocratico; infine c’è il principio della redistribuzione dei redditi, utile per mitigare gli effetti sociali negativi del mercato, che si potrebbe attuare attraverso una tassazione maggiormente progressiva e facendo in modo che i servizi pubblici vengano pagati da chi se lo può permettere».

Parliamo di impresa e di imprese Professore. Il nostro paese ha un grande bisogno di investimenti privati strutturali e non”mordi e fuggi”. Quali sono gli ostacoli da rimuovere il più in fretta possibile? «Il primo ostacolo è il livello troppo elevato della tassazione; io ad esempio eliminerei l’Ires e la compenserei aumentando le addizionali regionali e comunali; più in generale, abbasserei la pressione fiscale trovando risorse attraverso la lotta all’evasione ed attraverso la spending review; inoltre semplificherei il sistema di imposizione dell’Iva ed infine potenzierei la progressività della tassazione. Altri noti ostacoli sono l’eccesso di burocrazia che grava sulle imprese nonché la lentezza e l’inefficienza della giustizia».

A proposito del settore giustizia: nell’ambito del c.d. Programma per l’Italia lei, Professore, ha già presentato un progetto di riforma. Quali sono le più grandi differenze tra questa proposta e quella che i giornali definiscono “la riforma Cartabia”? «Nel Programma per l’Italia vi è una maggiore enfasi su una gestione manageriale del sistema giudiziario ed una maggior ricorso a meccanismi volti a premiare il merito. Inoltre si punta a legittimare maggiormente la magistratura attraverso la separazione delle carriere (con la previsione di due distinti Csm, uno inquirente e l’altro giudicante) ed eliminando le c.d. revolving doors tra politica e magistratura, vale a il continuo andirivieni di magistrati tra cariche politiche e ruoli giudiziari».

Vorrei che ci soffermassimo sulla situazione della Pubblica Amministrazione italiana, della quale lei invoca una profonda riforma. Se andiamo a guardare le Relazioni sulla performance, in ogni settore della P.a., vediamo che gli obiettivi della dirigenza hanno un tasso di raggiungimento che supera il 90%, con conseguente incasso dei relativi premi di risultato. Delle due l’una: o la nostra P.a. è perfetta e pertanto non serve alcuna riforma, oppure quanto riportato nelle Relazioni sulla performance non riflette la realtà. Cosa pensa Professore, al riguardo? «Mi sembra chiaro che si tratta di documenti che non riflettono l’effettiva situazione in cui oggi si trova la nostra Pubblica amministrazione. Stiamo probabilmente parlando del raggiungimento di obiettivi molto facili, non sfidanti a cui segue la deleteria pratica di distribuire premi a pioggia per la dirigenza pubblica».

Alla luce di ciò, Professore, come modificherebbe tale meccanismo? «Le soluzioni tecniche o giuridiche si possono senz’altro trovare, ad esempio assegnando alla Presidenza del Consiglio il compito di stabilire obiettivi realmente sfidanti per i diversi organismi pubblici. Il problema non è, però, di natura tecnica, ma attiene alla volontà politica, che finora è mancata».

Per chiudere sulla P. a., cosa pensa della riforma Brunetta del 2009: ha fallito o ha avuto dei risultati? «Si può dire che ha fallito, che non ha prodotto i risultati auspicati. Ma il problema della riforma Brunetta non è il Ministro Brunetta. Come detto poc’anzi, è un problema di volontà politica. La riforma Brunetta ha fallito perché è mancata la volontà della classe politica di attuarla nei suoi aspetti sostanziali, limitandosi invece a quelli puramente formali».