Ogni giorno che passa dimostra quanto sia stata felice l’intuizione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di affidare la responsabilità della guida del Governo a Mario Draghi, risolvendo positivamente una crisi politica insita nei numeri stessi della composizione del Parlamento in questa legislatura.

Il Governo Draghi è oggi una garanzia per gli italiani e per l’Italia, ma è anche, sempre più, una garanzia per la stessa Europa e per il futuro delle sue istituzioni. Il Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza (PNRR) messo a punto sotto la sua regia consentirà all’Italia di ottenere quegli aiuti finanziari necessari per uscire dalla pandemia, tamponarne i danni e riprendere la via dello sviluppo economico, sempre che i partiti, nell’inseguire i loro particolaristici interessi, non ne interrompano la realizzazione.

Non c’è alcun dubbio, tuttavia, che la realizzabilità del Piano dipenda da una tempestiva attuazione di riforme assolutamente inderogabili. Tra queste, al primo posto va collocata la riforma della giustizia. Il nostro sistema giudiziario ha dimostrato in questi anni di essere non soltanto obsoleto, bensì di costituire un freno al corretto funzionamento della democrazia.

Se la divisione dei poteri è alla base di qualsiasi Costituzione democratica, è anche vero che questa divisione necessita di un corretto bilanciamento: nessun potere può sentirsi al di sopra di tutti gli altri, svincolato da ogni responsabilità. Purtroppo, il contrario è quanto è accaduto nel sistema giudiziario italiano, dove la Magistratura ha voluto assumere un ruolo di prevalenza. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, la crisi di quella che viene definita la Prima Repubblica è frutto di una invadenza giudiziaria che ha travalicato volutamente i suoi confini grazie anche ad un concordato avvallo mediatico. Nessuno può dubitare che in quel triste passaggio della storia repubblicana sia stato fatto strame dei principi di garanzia previsti dalla Carta Costituzionale.

Tutto ciò ha determinato un’alterazione del quadro politico favorita dalla diffusione nel sentimento pubblico collettivo di un’ondata orgiastica di giustizialismo: siamo tutti colpevoli, amava sostenere un influente magistrato milanese, salvo dimostrare il contrario. Un vero ribaltamento della nostra Costituzione. Non a caso proprio questo Parlamento è costituito da forze politiche che hanno costruito il loro consenso sul giustizialismo.

Tutto ciò pone un problema. Riuscirà questo Parlamento ad approvare una riforma del sistema giudiziario che lo riporti nell’alveo garantista della Costituzione? È una domanda alla quale, allo stato dell’arte, non è facile rispondere. La Ministra Cartabia, anche per la sua esperienza professionale è, senza alcun dubbio, orientata per il raggiungimento di questo obiettivo, ma non possiamo nascondere che nel Governo di coalizione sono ancora molto forti le pressioni giustizialiste. Come uscire da questa empasse?

Il Partito Radicale ha promosso sei referendum sulla Magistratura. In particolare, sulle elezioni del Consiglio Superiore della Magistratura, con l’eliminazione della raccolta di firme per i Magistrati che si vogliono candidare, sulla separazione delle carriere tra Magistrato inquirente e Magistrato giudicante, sul ridimensionamento della custodia cautelare, sulla responsabilità diretta dei Magistrati.

Ovviamente, questi referendum non risolvono complessivamente la questione. Il potere referendario abrogativo si limita a prevedere l’abrogazione di una norma o di una legge. Non può andare oltre. Di conseguenza, il senso politico di questi referendum è chiaramente preciso. Da un lato stimolare il Governo e il Parlamento ad approvare una riforma costituzionalmente corretta del sistema giudiziario, mandando in soffitta l’orribile proposta Bonafede, dall’altro, qualora il referendum dovesse risultare vittorioso, dimostrare il cambiamento del sentimento collettivo, con il rientro nei confini di garanzia giudiziaria previsti dalla Costituzione.

Per tutti questi motivi il Partito Repubblicano, che da sempre vuole essere il Partito della ragione e del rispetto delle regole costituzionali, non può che aderire senza indugi alla campagna radicale nella raccolta delle firme e nel sostegno al referendum sulla giustizia. È questo il modo migliore per sostenere il progetto di Mario Draghi. La sua sconfitta sarebbe la sconfitta dell’Italia.