«Borsellino sapeva ci fossero entità esterne a cosa nostra, pezzi deviati dello Stato dinnanzi ai quali capisce di non avere scampo e lo annota nell’agenda rossa. Doveva essere ucciso in fretta prima che rivelasse il piano eversivo. […] Quel che mi angoscia non è solo ciò che è successo allora, ma ciò che succede ancora: il depistaggio è ancora in corso».

Così parla il dott. Roberto Scarpinato, ex Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo e membro del pool antimafia sentito per tre ore di fronte all’organo presieduto da Claudio Fava, la Commissione antimafia siciliana

A proposito di Avola, pentito di mafia,  fa capire che qualcosa non torna nelle sue ultime pubbliche dichiarazioni e forse nella sua gestione. Maurizio Avola è il pentito che si auto-accusa della strage in un libro firmato insieme al giornalista Michele Santoro e diventato un caso.

Dichiara Scarpinato: «Avola, adesso, dice che via D’Amelio nasce da Cosa nostra e nient’altro che Cosa nostra, ma all’inizio della sua collaborazione ha rivelato dell’incontro nella città di Enna che avrebbe visto presenti,  Ndrangheta, Cosa nostra, Massoneria e Servizi segreti deviati», incontro in cui si deciderà, sempre secondo Scarpinato, la strategia di destabilizzazione attraverso le stragi.

Già, ma ora di quell’incontro non parla più, parla di altri incontri, di fatto rendensosi inattendibile. Com’è possibile che non racconti quello che ha messo a verbale da sempre? La sua versione fuga ogni dubbio di interventi al di fuori di Cosa nostra, compresa la presenza di infiltrati, dichiara che l’unico che poteva sembrare infiltrato era lui stesso,  lì travestito da poliziotto, quindi il cerchio si chiude dunque.

C’è da chiedersi: «È un’operazione ingenua o qualcuno ha deciso di far suicidare processualmente Avola?». «Quello che colpisce è che questa storia dei depistaggi pare non finire mai», aggiunge il magistrato.

Ma il dottor Scarpinato dice di più, parla di Graviano, altro importante pentito e sostiene, tra le righe, di come scriva sotto dettatura dei servizi. –  «Capisco voglia difendersi, ma perché si fa carico di Aiello (ex agente dei Servizi deviati ritenuto killer di Stato noto come Faccia da mostro») e indica come possibili esecutori delle stragi soggetti morti o  dell’agenda rossa come trafugata da un magistrato? Questa sembra la riedizione del Corvo, Graviano sembra scriva “sotto dettatura dei servizi”, ribadisce. Sono tanti gli interrogativi che il magistrato solleva di fronte alla Commissione, ma ancor di più sono le informazioni che fornisce ripercorrendo il contesto storico e politico in cui avviene l’attentato del 19 luglio 1992.

Iniziata alle 14, l’audizione di Scarpinato è durata poco più di tre ore: un fiume in piena fatto di dettagli, episodi, processi, intercettazioni. Il frutto di una lunga carriera alla procura di Palermo, dove rimase dopo il 19 luglio, nonostante avesse chiesto il trasferimento: «Ritirai la richiesta di trasferimento alla procura nazionale per restare lì dove si moriva», dice.

Il dott. Scarpinato parla anche della “supercosa” come l’ha chiamata Riina, composta da ‘ndrangheta, Cosa nostra, Massoneria, Destra eversiva e Servizi segreti deviati e che avrebbe messo in campo un vero e proprio “War game”, all’interno del quale è rimasto risucchiato Paolo Borsellino. «Borsellino sarebbe stato ucciso perché aveva capito» – In quel momento, infatti, «in Parlamento era prevalente una maggioranza garantista contraria a convertire in legge quel decreto (il decreto antimafia voluto da Falcone che introdusse l’ergastolo ostativo) che scadeva il 7 agosto. Calò aveva comandato a tutti di stare ad aspettare, perché era probabile che il decreto non fosse convertito. Riina decide che non può attendere e che Borsellino deve essere ucciso prima. Il progetto della strage di Via D’Amelio subisce un’accelerazione improvvisa, di cui Riina si assume la responsabilità ma che non riesce a spiegare: ed è qui, secondo Scarpinato, che è evidente come Cosa nostra si sia mossa per ordini altrui, di fatto contravvenendo ai propri interessi. Ma perché questa fretta di uccidere Borsellino prima del 7 agosto? Perché Borsellino aveva capito. E se avesse messo uno dietro l’altro le cose che aveva capito, lì scoppiava la bomba. Doveva essere ucciso in fretta prima che rivelasse il piano eversivo. Falcone, invece, poteva essere ucciso con facilità a Roma, mentre si preferì una strage molto più complessa, sempre per creare un clima di destabilizzazione».

La “supercosa” era fatta di “apparati dello Stato che si sono mossi in base a interesse non solo nazionali ma anche internazionali”, ha sottolineato il magistrato. Dopo la caduta del muro di Berlino “si tratta di una difficile mediazione, difficile governare tutto questo, aprendo uno scontro interno con armi di ricatto molto potenti. Credo che Borsellino e Falcone siano rimasti vittime di un gorgo grande, di un War game”. Un War game che il magistrato ucciso da un’autobomba aveva capito: «Sapeva ci fossero entità esterne a cosa nostra, pezzi deviati dello Stato dinnanzi ai quali capiva di non avere scampo e lo annotò nell’agenda rossa».

Per questo Borsellino chiederà alla moglie, di abbassare le tende “per non essere spiato da Castel Uveggio, sede dei servizi segreti”.

Inquietante la ricostruzione della sparizione dell’agenda nella borsa di Borsellino.  Poco dopo l’esplosione: «Il capitano Arcangioli, indagato e poi prosciolto per non avere commesso il fatto, prende la borsa e percorre 60 metri fino a via Autonomia siciliana, quello che è inspiegabile è che ritorna indietro con la borsa, e rimette la borsa dentro, una volta spento il fuoco. Per esigenze di Stato si prende tutto e poi si vede».

«Povera Repubblica!». No questo non lo dice Scarpinato, lo dico io, cari lettori.