Hamed Malekpour | CC BY 4.0
Hamed Malekpour | CC BY 4.0

Vi ricordate delle “percentuali bulgare”? Era l’espressione giornalistica con la quale venivano presentati i risultati delle “elezioni” nei Paesi comunisti prima del loro crollo, percentuali che sia per tasso di partecipazione che di adesione alla lista unica sfioravano il 100%. Poiché la Bulgaria era il più zelante tra i Paesi satelliti di Mosca ebbe il discutibile onore di dare il nome a questa forma di farsa pseudo-democratica che, comunque, testimoniava che anche i regimi comunisti non potevano fare a meno di ricorrere, sia pure in maniera truccata, all’apparenza del consenso democratico.

I Paesi autoritari di oggi sembrano poter fare a meno anche di questa finzione e i risultati si vedono. Le elezioni presidenziali che si sono svolte qualche giorno fa in Iran hanno registrato una percentuale altissima di astenuti. I cittadini non hanno altra forma per manifestare il proprio dissenso verso il regime degli ayatollah che rifiutarsi di andare alle urne perché, così come avveniva nei regimi comunisti, la menzogna resta, anche in questo caso, la cifra che caratterizza i regimi autoritari e quindi anche quello iraniano. La menzogna, perché le elezioni sono anche in questo caso truccate in partenza: sono finte elezioni perché sono ammessi solo i candidati che, a giudizio insindacabile di una commissione governativa, sono fedeli ai principi del regime teocratico che regge l’Iran; e, se non bastasse, se qualche candidato mostrasse, pur restando all’interno di quel regime, qualche velleità riformatrice, la Guida Suprema, l’Ayatollah Alì Khamenei, ha il potere in ultima istanza di escluderli dalle elezioni. Perfino l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad, certamente non conosciuto per la sua disponibilità democratica, si è rifiutato di andare a votare perché, come ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera, il risultato era scontato. Si capisce perché alla conclusione delle operazioni di voto si sapesse già chi era il vincitore, d’altra parte già noto da tempo, e che gli altri “concorrenti” si siano affrettati, prima ancora della proclamazione dei risultati, a congratularsi con lui. Questo lui che si identifica con la figura di Ebrahim Raisi, di cui gli osservatori occidentali hanno messo in evidenza le responsabilità nel massacro di 30.000 oppositori politici nel 1988, quando faceva parte della cosiddetta “Commissione della morte”. Un ruolo che gli è valso l’attuale funzione di capo della magistratura iraniana.

Niente di nuovo sotto il sole si dirà, si tratta solo delle grottesche varianti di un unico gioco, quello che caratterizza la gestione del potere nei Paesi non democratici. Ma almeno due rilievi vanno aggiunti: il primo, che, anche in Italia, ci sono dei politici che, per calcolo o per insipienza, fingono di credere al consenso di cui godrebbe il regime iraniano. Il secondo, che l’Iran continua a caratterizzarsi come il più feroce nemico dello Stato d’Israele e non solo ne preconizza a ogni passo la distruzione ma opera anche perché questa avvenga finanziando e rifornendo di armi i gruppi terroristici che agiscono contro lo Stato ebraico, in particolare Hamas e Hezbollah. Anche questa politica dovrebbe aprire gli occhi a tanti leader occidentali sulla funzione insostituibile che Israele svolge in Medio Oriente come baluardo della democrazia in quell’area e convincersi che ogni tentativo di accordo con l’Iran per quanto riguarda il nucleare è viziato in partenza dall’intenzione del regime degli ayatollah non solo di dotarsi dell’arma atomica ma di rivolgerla contro Israele.

Ma, nonostante le debolezze occidentali e soprattutto europee, non tutto sembra andare liscio per gli ayatollah. Non c’è soltanto il rifiuto al consenso espresso dai cittadini iraniani per mezzo dell’astensione; c’è soprattutto la realtà di una società viva e vitale che continua a svilupparsi praticando il sistema della doppia morale: all’esterno, nella vita pubblica, le donne devono continuare a vestirsi secondo le prescrizioni misogine imposte dai religiosi e lo stesso vale anche per gli uomini per tutta una serie di obblighi e di divieti. Ma una volta chiusa la porta di casa lo scenario cambia e non solo per quanto riguarda la vita familiare ma anche l’intera vita sociale: i rapporti con gli amici e più in generale tutti quelli appartenenti alla sfera privata seguono tutt’altri canoni e in particolare nella capitale Teheran si ispirano piuttosto agli stili di vita delle società occidentali. Quanto potrà durare questa doppiezza è difficile dire. Ma certo il fatto che il regime abbia fatto la scelta di affidare la presidenza a un uomo considerato tra i più “duri” e di fare affidamento soprattutto sulla fedeltà dei “Guardiani della rivoluzione”, di affidarsi cioè soprattutto alla repressione, lascia intravedere sviluppi problematici in tempi che non si possono prevedere.

 

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Ha insegnato fino al 2012 nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Firenze dove è stato anche coordinatore del Master in Comunicazione del Patrimonio culturale. Dal 1980 al 2010 ha coordinato i maggiori progetti di valorizzazione del patrimonio culturale della Regione.Toscana. E' stato presidente del Centro di ricerche storiche e di scienze sociali "Passato Prossimo". E' attualmente presidente dell'Associazione Italia-Israele di Firenze. E' autore di numerosi articoli e libri tra i quali "Filippo Stecchi un editore fiorentino del Settecento tra riformismo e rivoluzione" (1989); "Pinocchio e la sua immagine" (1981); "Il sistema dei beni culturali in Italia" (2004);"Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d'Israele. Una lunga coerenza"; "1967. Comunisti e socialisti di fronte alla guerra dei Sei giorni. La costruzione dell'immagine dello Stato d'Israele nella sinistra italiana" (2014); "Viaggio in Israele" (2017); "Amare gli ebrei Odiare Israele. Antisemitismo e antisionismo nella nostra società" (2020).