Un certo quotidiano ha intrapreso una campagna ad personam. Ha fortemente criticato il governo di Mario Draghi per due nuove nomine che si aggiungono a una nuova task force con l’incarico di valutare l’impatto degli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Essa opererà all’interno del “Nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica”, inserito nel Dipartimento per la programmazione economica diretto da Marco Leonardi (ordinario presso il dipartimento di Economia dell’Università Statale di Milano).

Non è ancora definito se i compiti dei nuovi consulenti saranno di vera e propria valutazione, monitoraggio o semplice produzione di pareri tecnici, all’interno della task force. Lo stesso quotidiano critica le due nuove nomine come particolarmente inopportune: parliamo di quella di Riccardo Puglisi, professore associato dell’Università di Pavia, e di quella di Carlo Stagnaro, Direttore Ricerche e Studi dell’Istituto Bruno Leoni. La vera domanda è: siamo davvero sicuri che siano le personalità più adatte a ricoprire un ruolo così delicato? C’è da premettere un fatto molto importante che il Dipartimento di programmazione economica (Dipe) supporta “l’attività d’impulso e coordinamento” del premier “in materia economica finanziaria”. Stiamo parlando di una struttura con 26 consulenti, di varia estrazione e spesso opposte sensibilità, la cui composizione non è ancora ultimata.

La task force è plasticamente l’espressione di un governo che va dalla Lega a Leu. Sottinteso: dentro ci devono stare tutti, non solo i tecnici vicini al Pd. Da questo punto di vista una molteplicità di conoscenze e punti di vista diversi non può che arricchire il pool di esperti che saranno chiamati a prendere in esame come spendere al meglio la considerevole mole di risorse finanziare che dovranno essere investite e spese al meglio per rilanciare l’economia del nostro Paese. Inoltre a sovrintendere questo lavoro di valutazione ex ante su investimenti e riforme è il capo del Dipe Marco Leonardi, già consigliere economico dell’ex premier Gentiloni e pilastro del Mef guidato da Gualtieri. Del quale tutto si può dire tranne che non sia di area progressista. Mentre a occuparsi del reclutamento, oltre al professor Francesco Giavazzi (amico personale di Draghi e tendenze liberiste), è il sottosegretario Bruno Tabacci, non proprio un falco del mercato. Da questo punto di vista le critiche del PD per voce di Provenzano, mi sembrano sterili.

Chi scrive ha una cultura economica d’ispirazione post Keynesiana, per studi e convinzioni politiche, allo stesso tempo ha una concezione liberale e tollerante delle altrui convinzioni, di là dalle etichette che semplificano le idee e non rendono giustizia al libero pensiero. Cercherò di rispondere alla domanda, apparentemente semplice posta all’inizio. «Siamo davvero sicuri che siano le personalità più adatte a ricoprire un ruolo così delicato?». Se sono stati scelti, avranno i titoli e le competenze per assolvere al meglio l’incarico affidato loro. Se invece riteniamo che la loro impostazione liberista sia una componente ostativa, partiamo male.

Riccardo Puglisi e Carlo Stagnaro, così come altri membri della Task force si definiscono o sono definiti liberisti, ma cosa si deve intendere per liberisti oggi e soprattutto in Italia? Sono per il capitalismo e il mercato? Antistatalisi? Sono conservatori? O forse a modo loro progressisti? O forse sono quelli della cosiddetta “austerità espansiva” che è stata fallimentare, negli ultimi 20 anni, soprattutto per chi è di formazione keynesiana.
Non è importante. È invece molto importante che queste tesi (liberiste?) siano anch’esse all’interno di un pool che deve reimpostare la rotta di navigazione dell’economia italiana, cosi come è altrettanto importante che all’interno del suddetto pool di tecnici, ci siano portatori di tesi opposte (Keynesiane?) a quelle liberiste e antistataliste.

Liberismo e Keynesianismo. Due posizioni conservatrici. Una prima riflessione all’oggi mi porta a considerare come sia venuta meno l’alternativa radicale tra capitalismo e socialismo. La differenza tra destra e sinistra deve porsi altrove, all’interno dello stesso campo capitalistico. Forse il pensiero Keynesiano ci può essere di aiuto sia come tecnica di politica economica, sia come strumento per distinguere politicamente fra posizioni più o meno conservatrici.
Possiamo affermare nel 2021 che la destra economica e politica europea (liberista) hanno dalla loro parte la lettera dei trattati europei, soprattutto del Trattato di Maastricht, e la filosofia che impronta l’operato delle istituzioni europee, dalla Commissione europea, alla BCE? A sua volta, è possibile affermare che la sinistra europea ha evidente ai suoi occhi la scarsa crescita dell’area euro, l’elevatissima disoccupazione, le ineguaglianze sociali sempre più accentuate, e ha come filosofia quella di cambiare le leggi e i trattati delle istituzioni europee?

Se guardiamo a casa nostra, e non solo, qualche dubbio sorge. I liberisti sono a destra come a sinistra e lo stesso vale per i Keynesiani, giusto per rimanere incollati alle etichette. Sarà bene chiarire di quale liberismo parliamo e delle sue radici. Poiché molti, troppi, si definiscono liberali, credo utile fare chiarezza su alcuni concetti e idee in tema di liberismo e in questo ci aiuta la figura di Einaudi, un vero liberale e un liberista in materia economica, in possesso di un forte quanto pacato senso della misura.

Una seconda riflessione, sul termine liberista, prendendo a “prestito” il pensiero di Einaudi.
Il liberismo da molti neofiti apprendisti è considerato lo strumento per soddisfare meglio gli appetiti terreni, per Einaudi quello stesso liberismo era “una tesi morale”. Proprio così: morale. Morale perché il liberista per Einaudi non riconosce a nessuno il diritto di imporre la virtù e la felicità con le leggi e la forza delle armi. La virtù, per lui, è tale se nasce dall’impegno anche doloroso ma consapevole che ciascuno compie per promuoverla. La virtù imposta a suon di decreti abbrutisce e perverte. Ne discende che, se anche si dimostrasse che i provvedimenti dello Stato renderebbero tutti ricchi, buoni e saggi, Einaudi rifiuterebbe una saggezza, una bontà e una ricchezza, che non fossero frutto delle sue esperienze ma che gli fossero procurate dall’alto e con la minaccia delle sanzioni.

In questo senso, il liberismo muove dal presupposto morale che l’individuo ha una sua incoercibile dignità; ed è dignità che matura con la perseveranza, il sacrificio, nello sforzo volontario di elevarsi da sé, di conoscere se stesso e di misurarsi con gli altri. Già: la competizione. E qui arriviamo a un punto fondamentale del pensiero di Einaudi. Il quale non fu mai di entusiasta per gli automatismi della concorrenza (che andava severamente regolata, specie per impedire i monopoli e quindi la sopraffazione dei forti sui deboli); pure, ci fu un’acquisizione dalla quale non venne mai meno; e che cioè o “il liberal-liberismo esce riscaldato dalla tempera dell’agonismo, o svapora tra i fumi dell’imbroglio ideologico”. Insomma o è conflittuale, o non è. Al liberale riesce semplicemente impossibile vivere in una società di replicanti, dove cioè ognuno ripete lo stile di vita altrui.

Se tutti fossero fatti a immagine gli uni degli altri, il mondo sarebbe insopportabilmente cupo e tedioso. Pensiamoci un momento. Tutti che agiscono nello stesso modo, che coltivano ideali e valori eguali, così mestamente eguali fra loro, sempre in armonia, mai un diverbio, mai un contrasto: no, quella non sarebbe più una società; avrebbe quel non so che di sdolcinato che è proprio delle sagrestie o dei conventi. «Perché – si chiedeva Einaudi in una delle sue pagine più belle, perché dovrebbe essere un ideale pensare e agire nello stesso modo?». «Perché una sola religione e non molte, perché una sola opinione politica o sociale o spirituale e non infinite opinioni?».

La molteplicità e le differenze ci arricchiscono, ci costringono a guardare oltre a noi stessi.
“Il bello, il perfetto, non è l’uniformità, ma la varietà e il contrasto”. E proseguiva: «Un’idea, un modo di vita che tutti accolgono, non vale più nulla. L’idea nasce dal contrasto. Se nessuno vi dice che avete torto, voi non sapete più di possedere la verità».

Pensiamoci un momento: essere “liberali” nel suo concetto più alto e non come etichetta economica e politica non è ombra che passa ma realtà che rimane, né tarda né scolorita. Abbiamo bisogno di leggi per contrastare l’anarchia degli spiriti, ma lo spirito deve essere libero di esprimersi.
In conclusione, oggi più che mai abbiamo bisogno di tutti, soprattutto di chi la pensa diversamente da noi, perché solo attraverso loro, potremo sostenere la veridicità delle nostre tesi e delle nostre idee.