Nel corso della sua visita della settimana scorsa a Barcellona al Foro di dialogo italo-spagnolo, Mario Draghi ha pronunciato un discorso di rilievo sulla situazione economica attuale in Europa e sulle politiche da adottare. Il premier italiano ha sottolineato i motivi per i quali è necessario mantenere una politica monetaria e fiscale espansiva, precisando che se “durante la pandemia abbiamo protetto il lato dell’offerta, ora dobbiamo far in modo che la domanda aumenti”. Draghi, dopo aver osservato che in Europa nel 2020 la riduzione più forte del PIL è avvenuta in Spagna (-10.8%) ed in Italia (-8.9%), ha sottolineato che, grazie agli sforzi dei Governi e delle banche centrali oltre che alla campagna vaccinale, le economie si stanno riprendendo con maggiore vigore delle attese (la Commissione Europea ha indicato nel 2021 un +5.9% di PIL per Madrid e un +4.2% per Roma).

L’attenzione del premier italiano si è però concentrata sulla ripresa e l’occasione da non sprecare. Riguardo alla necessità di sostenere la domanda aggregata, Draghi ha precisato: «È fondamentale mantenere favorevoli le condizioni della domanda per poter garantire un sostegno ai lavoratori, che stanno affrontando un rischio crescente di dislocazione – concludendo con un’autocritica costruttiva – Nel recente passato ci siamo dimenticati dell’importanza della coesione sociale. In seguito alla crisi del debito sovrano, il numero delle persone nell’UE a rischio di povertà o di esclusione sociale è aumentato di 3.5 milioni, e quel numero non è ancora tornato ai livelli pre-crisi».

Da qui la sfida. La coesione sociale passa attraverso il lavoro, che risulta profondamente ferito dalla pandemia. La disoccupazione ha colpito in modo diverso, da un punto di vista geografico, settoriale; perfino anagrafico e di genere, come dimostrano i dati Eurostat (Quanto è aumentata la disoccupazione nelle regioni d’Europa – Openpolis).

Il settore dei servizi è stato chiaramente quello più danneggiato, mentre la manifattura in alcune aree europee non si è mai fermata, creando nuovi posti di lavoro perfino nel corso del 2020. Il saldo numerico è comunque desolante: in soli dodici mesi (febbraio 2020-febbraio 2021) in Europa sono stati persi 1.5 milioni di posti di lavoro che, secondo il capo economista della BCE Philip Lane, verranno recuperati solo nel 2023 (Lane (BCE): “Disoccupazione eurozona a livelli pre-pandemia solo nel 2023” | Teleborsa.it ). Questa emergenza lavoro è senza vie d’uscita? Non sembra pensarla in questo modo Jean-Marc Ollagnier – CEO di Accenture Europa – che esamina gli aspetti positivi in un’analisi pubblicata il 16 giugno da Il Sole 24Ore (Europa e digitale: occasione per guidare il cambiamento). La previsione di Ollagnier è a dir poco sorprendente: «Siamo di fronte ad una nuova era competitiva che richiede di sfatare alcuni luoghi comuni. La convinzione secondo cui l’avvento delle nuove tecnologie abbia un effetto negativo sul mondo del lavoro, a causa del potenziale rischio di sostituirsi all’essere umano, è un fantasma che ha aleggiato su ogni rivoluzione industriale. Eppure, secondo i nostri studi più recenti, nell’era della competizione post pandemica, un’accelerazione degli investimenti in tecnologia e sostenibilità potrebbe portare fino a 5.7 milioni di posti di lavoro netti in più in Europa entro il 2030».

Le indicazioni del manager della multinazionale della consulenza aziendale risultano chiare, oltre che confortanti: lo studio di Accenture non indica solo una correlazione positiva tra l’innovazione e la crescita dell’occupazione, ma sottolinea che in Europa, grazie ai benefici sull’ambiente, la digitalizzazione rappresenta un elemento rivoluzionario. Ollagnier spiega nei dettagli il processo da seguire: «Vediamo già un grande slancio in molti settori: da quello energetico a quello automobilistico, passando per il manifatturiero, con grandi innovazioni nel campo dei prodotti intelligenti e connessi e per quello dei beni di largo consumo alle prese con prodotti sempre più sostenibili. Quanto ai settori che vedono pochissime aziende europee ai vertici globali – come l’high tech e il digitale – abbiamo bisogno di rivedere il nostro posizionamento e decidere dove poter svolgere un ruolo di leadership, in vista di un’imminente rivoluzione tecnologica [..] Il menu tecnologico sarà diverso in ogni settore e area di business. Piattaforme software, IA e batterie trasformeranno la mobilità; dati, IA e blockchain cambieranno il modo in cui vengono forniti i servizi sanitari, gemelli digitali, 5G, IoT, stampa 3D, robotica e realtà aumentata e virtuale reinventeranno la produzione».

Si tratta di opportunità uniche, che però per essere colte necessitano di un salto di qualità nelle competenze. È ciò che dice lo studio appena pubblicato da The European House – Ambrosetti in collaborazione con Philip Morris Italia Italia 4.0 (italia40-plus.it). Da esso emergono due dati eloquenti. Il primo: nel nostro Paese solo il 42% degli adulti possiede competenze digitali di base. Il secondo: il 20% delle oltre 150 aziende intervistate dichiara di avere difficoltà a reperire le figure professionali adeguate.

Tali due elementi rappresentano un problema, evidenziando al contempo un’opportunità. Il problema è rappresentato dal divario, nel mondo del lavoro, tra domanda ed offerta, il cui gap già presente prima della Covid-19 si è ulteriormente allargato. Esso riguarda soprattutto le discipline STEM(Science, Technology, Engineering and Mathematics) sempre più richieste alla luce del processo di digitalizzazione in atto che riguarda in maniera trasversale ed indistinto tutti i settori, sia nella produzione che nei servizi. Da qui la necessità che può trasformarsi in opportunità. Il salto di qualità in atto abbisogna di un new deal delle competenze 4.0, basato sulle discipline tecnico-scientifiche e focalizzato sulle necessità che emergono dalla rivoluzione digitale in atto.

Sempre dall’analisi Ambrosetti-Philip Morris emergono altri tre punti chiave: la formazione continua; la misurazione della formazione 4.0 e l’investimento per la rinascita del Mezzogiorno. Per quanto riguarda il primo risulta necessario disegnare nuovi assetti e nuove forme di incentivazione per i lavoratori del domani. Nel monitoraggio formativo è essenziale dotarsi di strumenti per la valutazione oggettiva della performance. Infine, il Sud Italia: si tratta di una delle aree meno preparate in Europa ad affrontare la rivoluzione tecnologica della manifattura.

È quindi necessario destinare in maniera efficace le ingenti risorse del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR.pdf (governo.it)) ad esso dedicate (82 miliardi euro) verso la digitalizzazione delle aziende (soprattutto le PMI) e della Pubblica Amministrazione. L’esempio pratico di quanto descritto da Accenture e da Ambrosetti è il settore dei droni, i cui utilizzi si sono moltiplicati negli ultimi anni: il monitoraggio ambientale, quello agricolo, il supporto in casi emergenziali, il contrasto al crimine, solo per citarne alcuni. Secondo le stime della società di analisi Insider Intelligence nel 2021 se ne venderanno circa 30 milioni e il loro mercato raggiungerà il valore di 64 miliardi dollari entro il 2025. In Italia, secondo i dati dell’Osservatorio droni del Politecnico di Milano, il settore coinvolge già 700 aziende, di cui nell’ultimo anno solo il 7% ha dovuto ridurre il personale. L’ambito applicativo si sta arricchendo di nuovi servizi, in grado di trainare la domanda di professionalità qualificate. Basti pensare che l’azienda tedesca Volocopter ha annunciato l’avvio di un servizio passeggeri (taxi volanti a decollo verticale) per le Olimpiadi di Parigi del 2024. Ancora una volta, anche dopo la pandemia, la questione del lavoro si intreccia con quella delle competenze e, a monte, delle conoscenze. Sotto quest’ottica, il fatto che solo un giovane su sei in Italia studia discipline STEM rappresenta un vuoto da colmare. Nella consapevolezza che, come i visionari della Storia hanno sempre ripetuto: «Il mestiere che faranno i nostri figli non è stato ancora inventato».