Quello che non sembrava possibile immaginare era il successo dei Repubblicani in Francia nelle amministrative di domenica scorsa. Si prevedeva la disfatta di Macron a favore della Le Pen o, perché no, persino un ritorno della “gauche”, si fa per dire, rinnovata. Invece la Le Pen è rimasta con un pugno di mosche in mano e c’è da credere che i sogni di grandezza del Front National possono anche venire definitivamente archiviati, la sinistra annaspa e incredibilmente sono risorti i gaullisti. Inutile dire che quasi non si conosce fuori dai confini francesi il loro presidente Christian Jacob con Sarkozy tornato agli onori delle cronache per la condanna ad un anno di prigione. Fu Sarkozy a voler ridipingere il partito di De Gaulle all’americana, rilanciando quelle ragioni atlantiche che i conservatori francesi non sembravano mai aver pienamente digerito. In confronto è più gaullista di loro Macron quando vuole un esercito capace di difendersi dalla Russia e dagli Usa. I repubblicani hanno voluto l’adesione della Francia alla Nato, una scelta clamorosa. È vero che il ritorno alla ribalta dei repubblicani è caratterizzato da punte di astensionismo mai raggiunte nel millennio, l’opposto di quanto avvenuto negli Usa con Trump, ma bisogna ricordare che quando i repubblicani vinsero le prime elezioni continentali votarono tre milioni di francesi su venti e gli storici ancora lamentano i condizionamenti subiti nella campagna elettorale nella Borgogna del 1791. Il voto repubblicano in Francia è sempre stato un voto elitario, solo De Gaulle riuscì a popolarizzarlo. Oggi si tratta di capire se siamo di fronte ad un cambiamento o se continua una fase di transizione in cui la Francia ancora non abbia deciso cosa fare di se stessa. Intanto questo voto rafforza l’asse atlantico esattamente come voleva fare Sarkozy. Il nome “repubblicano” per la Francia è innanzitutto il legame con gli Stati Uniti d’America, la prima repubblica dell’occidente contemporaneo e subito replicata, sappiamo con che tormenti, a Parigi nel 1793. Dopo di che la Francia una volta assicurata la Repubblica democratica nel secondo dopoguerra ha preferito far scivolare via quel nome come un superato elemento di lotta partitica, tutti, grazie a Dio, erano oramai repubblicani. Averlo riproposto significava, oltre che riprendere il filo rosso legato alla democrazia statunitense, dire che la Repubblica è pur sempre migliorabile, persino quella francese. L’idea di un grande partito repubblicano in Italia, il partito repubblicano italiano è strutturalmente un partito di minoranza, non potrebbe prescindere dalla stessa configurazione atlantica e costituzionale dei repubblicani francesi. È molto difficile che l’attuale cosiddetto “centrodestra” possa propendere per una tale soluzione, gli elementi nazionalisti, i “sovranisti”, fanno a pugni con una prospettiva pienamente repubblicana. Il fatto che comunque qualcuno ponga questa esigenza, i repubblicani francesi seggono a Strasburgo con i popolari europei, cioè i partiti che con i liberal democratici sono europeisti e sostenitori dell’alleanza con gli Stati Uniti d’America, romperebbe ogni possibile equivoco sulla prospettiva politica interna ed estera. Se mai davvero si costituisse un partito repubblicano nel centrodestra, le fuoriuscite non mancherebbero. Qualcosa del genere avvenne in Spagna nella prima metà del secolo scorso, quando cacciata la monarchia, il partito repubblicano radicale si alleò con i liberali repubblicani nella falange. I suoi fuoriusciti formarono l’Unione repubblicana nel fronte popolare e si trovarono accanto alla Esquerra e alla Izquierda repubblicana. Cinque partiti repubblicani diversi o contrapposti. Un’ipotesi che difficilmente si proporrà nell’Italia di oggi, dove le leggi dello Stato sono messe in discussione dai vertici cattolici. Una pagina amara che richiederebbe davvero un fronte repubblicano molto esteso che innanzitutto ricollochi i vescovi al loro posto. Di buono c’è che nessuno propone un grande partito monarchico e un blocco con la Chiesa.