Per comprendere che cosa è oggi la Cina non si può ricorrere né alla sua autorappresentazione né agli strumenti interpretativi elaborati in passato, al tempo della guerra fredda ma anche nel periodo successivo caratterizzato dal multilateralismo. Oggi la Cina non è soltanto l’unica potenza globale insieme agli Stati Uniti (tutti gli altri Paesi, anche se di grandi dimensioni, come la Russia, si muovono comunque in uno scenario regionale) ma ha radicalmente modificato le sue caratteristiche di fondo diventando una realtà del tutto diversa non solo rispetto al periodo maoista ma anche a quello inaugurato da Deng Hsiao Ping.
La Cina di oggi è qualcosa che non ha precedenti nella storia: è guidata da un sistema politico a partito unico, il Partito comunista cinese, ma i suoi programmi e i suoi obiettivi non hanno niente a che vedere con qualsiasi forma di comunismo, né teorico né pragmatico, finora conosciuto. Il partito unico potrebbe tranquillamente cambiare nome, chiamarsi Partito nazionalista cinese senza che la realtà ne fosse modificata. Se ciò non avviene è perché la menzogna e il mantenimento degli antichi riti sono essenziali per questo tipo di sistema politico, come lo furono a suo tempo per l’Unione Sovietica. La sua economia è caratterizzata dalla libertà d’iniziativa ed è questo che ha prodotto l’enorme balzo in avanti che prosegue da molti anni; ma l’antica convinzione che alla libertà economica non potesse non corrispondere la libertà politica ha ricevuto in Cina la più fragorosa delle smentite. I cinesi sono liberi di intraprendere sul piano economico ma gli è del tutto preclusa la libertà politica, anzi non gli sono nemmeno garantiti i diritti umani fondamentali. Se proprio si volesse individuare nel passato un sistema politico a cui paragonare quello cinese si dovrebbe ricorrere al più estremo dei fascismi, quello che si affermò in Germania con il nazismo, con la radicale differenza che il nazismo aveva una fortissima componente ideologica derivante dal razzismo e in particolare dall’antisemitismo, mentre l’attuale regime cinese si caratterizza proprio per la sua assenza di ideologia che non sia quella di un nazionalismo estremo il cui fine è esclusivamente quello di accrescere senza limiti la potenza economica e politica del Paese.
Si capisce allora perché non solo gli analisti ma anche i leader politici dell’Occidente si trovino in difficoltà di fronte alla Cina: non solo non è stato ancora compiuto un serio tentativo di definirne le caratteristiche politiche, ma anche la scelta di quali politiche economiche mettere in atto presenta grosse difficoltà, oscillando tra il desiderio di porre un argine alla conquista cinese dei mercati e la tentazione di una conveniente collaborazione.
Quello che è certo è che la Cina è oggi la potenza imperialistica per eccellenza. Mentre gli Sati Uniti – incerti sulla linea politica che deve caratterizzare la loro presenza nel mondo – oscillano tra vocazione imperialistica e tentazioni multilateralistiche, la Cina non ha di questi problemi. Si muove a livello globale cercando al tempo stesso di conquistare mercati sempre più ampi e di stabilire rapporti politici con qualsiasi tipo di regime, in qualsiasi continente si trovi, purché sia disposto ad aprire le porte alle merci cinesi.

È evidente che i vecchi sistemi di alleanze costruiti al tempo della guerra fredda con l’Unione Sovietica non reggono più, a cominciare dal Patto Atlantico. La sua stessa caratteristica regionale lo rende incapace di fronteggiare l’espansionismo cinese e ancor più incapaci lo sono le altre alleanze regionali costruite a suo tempo per iniziativa americana. La Cina può così cercare di trovare interlocutori politici sia nel campo delle democrazie occidentali, talvolta riuscendovi, che nel mondo islamico, in Africa come in America latina. Può cercare interlocutori negli Stati ma anche nei partiti politici ed anche in singoli uomini politici e anche, perché no, nelle istituzioni culturali e in singoli intellettuali. Non essendo condizionata da alcun limite ideologico la Cina si spinge fino a dove può giungere la sua volontà di potenza, a fronte di un sistema di resistenza debole e diviso.
In effetti, poiché l’espansionismo cinese non si presenta, come è avvenuto per altre forme di espansionismo, sotto la forma della esportazione ideologica, tutte le porte le sono aperte perché gli Stati vedono comunque una forma di convenienza nell’aprirsi al commercio cinese che non chiede in cambio l’adesione a un sistema ideologico o a un’alleanza politica o militare ma “solo” di aprire le porte dei mercati mondiali alle sue merci.

L’altra faccia di questo imperialismo senza limiti è, come abbiamo detto all’inizio, un sistema politico a partito unico dove ogni forma di dissenso è repressa con estrema durezza. Un altro aspetto è anche, come prodotto secondario del suo nazionalismo, l’obiettivo di completare l’unificazione nazionale riconducendo sotto lo stesso sistema politico anche quelle isole di relativa libertà che erano sopravvissute a causa di accordi internazionali precedenti. È questo il caso di Hong Kong e di Macao, e non caso adesso l’obiettivo si è spostato sull’ultima preda che ancora sfuggiva: Taiwan. Taiwan è da tempo sottoposta a una pressione che non si verificava dal tempo della nascita della Repubblica popolare cinese, cioè dal 1949. La pressione viene esercitata in varie maniere: per via diplomatica, intimando agli altri Paesi di mantenere lo stato di esclusione da ogni rapporto politico che Pechino ha imposto quando ha accettato di stabilire rapporti diplomatici con il resto del mondo; per via economica, cercando di ostacolare i rapporti commerciali di Taiwan con gli altri Paesi; ma anche per via militare: sempre più frequenti sono raid sull’isola di stormi di aerei militari cinesi sempre più numerosi e potenti, con lo scopo di far sentire ai governanti e al popolo taiwanese il fiato sul collo.

Di fronte a questa minaccia globale quale può essere la risposta dell’Occidente democratico? Come abbiamo già detto le vecchie alleanze regionali non sono in grado di contenere un pericolo che mira a egemonizzare tutto il pianeta. Sarebbe necessario un altro tipo di alleanza politico-militare che avesse il suo asse in un rinnovato rapporto strategico tra Stati Uniti e Unione Europea ma che avesse la capacità di aprirsi ad altri Paesi, per primi quelli che costituiscono la cosiddetta Magna Europa (Canada, Australia, Nuova Zelanda) ma anche Israele, Sudafrica, alcuni Paesi dell’America Latina e la cintura di democrazie asiatiche più direttamente minacciate dalla Cina: India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud, Taiwan. Una sorta di ONU democratica, insomma, visto che l’ONU è venuta meno da tempo alle sue caratteristiche originarie. Un’alleanza in grado di stabilire rapporti di convenienza politica anche con quei Paesi con i quali non ha in comune il sistema politico e quello di valori ma che hanno anch’essi il timore dell’espansionismo cinese, come la Russia, i Paesi islamici non radicali e alcuni Paesi africani.

Un programma troppo ambizioso forse? Può darsi, se lo si volesse realizzare tutto e subito, ma non impossibile se si tiene conto che un numero crescente di Paesi si troverà di fronte all’alternativa di sottomettersi in una forma o nell’altra alla Cina oppure di ribellarsi alla sua egemonia. In ogni caso, un primo tentativo potrebbe essere fatto, un tentativo necessario e che la porrebbe in serie difficoltà: eliminare l’assurdo ostracismo verso Taiwan che la Cina ha imposto a tutto il mondo e ristabilire con Taiwan regolari rapporti diplomatici e la garanzia politico-militare della sua sicurezza di fronte a eventuali attacchi cinesi.

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Ha insegnato fino al 2012 nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Firenze dove è stato anche coordinatore del Master in Comunicazione del Patrimonio culturale. Dal 1980 al 2010 ha coordinato i maggiori progetti di valorizzazione del patrimonio culturale della Regione.Toscana. E' stato presidente del Centro di ricerche storiche e di scienze sociali "Passato Prossimo". E' attualmente presidente dell'Associazione Italia-Israele di Firenze. E' autore di numerosi articoli e libri tra i quali "Filippo Stecchi un editore fiorentino del Settecento tra riformismo e rivoluzione" (1989); "Pinocchio e la sua immagine" (1981); "Il sistema dei beni culturali in Italia" (2004);"Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d'Israele. Una lunga coerenza"; "1967. Comunisti e socialisti di fronte alla guerra dei Sei giorni. La costruzione dell'immagine dello Stato d'Israele nella sinistra italiana" (2014); "Viaggio in Israele" (2017); "Amare gli ebrei Odiare Israele. Antisemitismo e antisionismo nella nostra società" (2020).