Gli uomini saliti sul palco della storia credono di possedere una vita propria e magari non ce l’hanno. Questa per lo meno era la convinzione di uno studioso formidabile quale il Michelet che dopo aver meditato decenni sui principali protagonisti della Rivoluzione, decise di derubricarli tutti a rotelle di un medesimo ingranaggio.
Eppure Michelet ha indugiato non poco su tratti peculiari di questo e di quel personaggio, delle vicende private che lo riguardavano e persino analizzato determinate caratteristiche psicologiche e culturali che dovrebbero distinguere Saint Just da un semplice pupazzo.
Ecco allora la marionetta animarsi, evocare un’ autentica indipendenza, e rimanere lo stesso strozzata dai suoi fili. Michelet subiva l’influenza della tradizione pietista tramandata nel settecento. L’uomo, privo di grazia divina non era nient’altro che un orso ammaestrato. Prendiamo Marat, poteva forse possedere una qualche grazia? Curvo, basso, poco più che un rospo, la testa dagli occhi sporgenti, la bocca enorme, la persona in disordine, gli abiti sudici come i capelli, il corpo storto e purulento. Marat era un mostro. Intento a rovistare nei bassifondi di Parigi e ad aizzare la canaglia più vile, un capo sanguinario. Eppure Michelet fu il primo a far emergere una spiritualità di Marat nel suo assoluto disinteresse personale, come nella devozione alla causa del popolo e della nazione. Anche se dipendesse solo dall’amor proprio frustrato, Marat, una vittima dell’antico regime, è formidabile. Marat era pazzo e questo calmava gli animi sempre più eccitabili. La Convenzione chiedeva un milione di morti? Marat scuoteva la testa, bastavano cinquanta mila. Ne avrebbe ucciso qualche centinaia.

La sorella di Marat, ancora vent’anni dopo, era certa che se fosse sopravvissuto, nè i girondini, nè Danton, nè Robespierre sarebbero saliti sul patibolo. La verità è che Marat disponeva di una visione legata all’esercizio del potere popolare. Parallela alla follia, in Marat correva una linfa originale. Lo dimostra persino la sua morte, la raffigurazione che ne è stata tramandata. Michelet ha il torto di non valutare la storia attraverso l’opera d’arte che produce. L’opera d’arte è l’unico metro per stabilire la grandezza di un’epoca. Se è facile contestare Michelet a proposito di Marat, è difficile dargli torto nel ritratto fornito di Hebert, un semplice zerbinotto che vaneggia di prendergli il posto. Mettiamoli a confronto. Tanto Marat era impresentabile nel vestire, tanto Hebert era azzimato. Il primo non possiede nemmeno un fazzoletto, il secondo sfoggia un diverso panciotto al giorno con due orologi per tasca. Marat usciva raramente dal suo scantinato, Hebert frequentava le abitazioni dei milionari e le sale di teatro. Ma la vera differenza era il giornale. “l’Ami du Peuple”, volgare per divulgare i concetti, “Le père Duchesne”, solo per nasconderne l’assenza. Marat ambiva a dar forza al suo pensiero e sfruttava le ricchezze del duca d’Orleans. Hebert, una testa vuota, sfrutta le casse dello Stato. Divenuto procuratore della Comune senza titolo alcuno, Danton lo mette lì per toglierselo dai piedi, costruisce una rete amministrativa fondata sul sospetto e la delazione. Hebert corrompe il governo, minaccia il parlamento, tiranneggia la stampa e su tutto, fiacca i soldati con i suoi sodali inetti a qualunque comando i Vincent, i Ronsin, o semplicemente incapaci, Rossignol, macchiette arraffa soldi buone a pavoneggiarsi in uniformi da parata. Morto Marat, tutto il potere rischia di cadere in mano ad Hebert non fosse che gli insuccessi e le catastrofi a cui va incontro la Francia individuano subito il primo responsabile. Hebert e la sua cricca saranno spazzati via in un lampo baleno. Il suo dominio era dispotico, quanto inconsistente. Eppure c’è da credere che questo pusillanime parassita di Hebert, persino quando tremante viene trascinato sulla carretta, si ritenesse in cuor suo il successore di Marat, magari persino meglio. E’ un aspetto che Michelet ha trascurato, ovvero se c’è un teatro delle marionette c’è anche un burattinaio, per cui, finito lo spettacolo, la marionetta viene abbattuta sul palco, mentre il burattinaio prepara una seconda recita.
E qui non trattiamo più del tempo eroico delle lotte del club dei Cordiglieri, ma di giorni molto più recenti ed insignificanti.