Un amico carissimo, Stefano Tomassini, che ci ha lasciato per nostra sfortuna il gennaio scorso, amava ricordare nella sua formidabile “Storia avventurosa della rivoluzione romana”, che con il 9 febbraio, i repubblicani avrebbero dovuto anche celebrare il 4 luglio.
Per l’esattezza, Tomassini sosteneva che il 4 luglio era persino giornata più importante, in quanto aveva dimostrato al mondo intero che i repubblicani in Italia erano pronti a combattere e morire per le loro idee, cosa, come si capisce, molto più difficile che governare un successo politico.

Quando le truppe del generale Oudinot entrarono risalendo da Trastevere in una Roma deserta, il figlio del generale dell’esercito che quarant’anni prima aveva arrestato il papa, lo rimetteva sul trono, si trovarono un ultimo tricolore appeso a via del Corso. Sembrava giusto un cencio, poco davanti alla traversa di via dei Condotti dove aveva casa il povero Masini, comandante dei “lanceri della morte”, caduto qualche ora prima sul Gianicolo. Quel cencio bastò a spaventare le avanguardie dei cacciatori a cavallo che corsero subito a toglierlo. Erano le undici del mattino circa e della Repubblica non restò più nulla, se non i cadaveri ammucchiati tra Ponte Milvio e villa Pamphili. Il grande rimpianto di Tomassini sarà quella giovane classe dirigente del paese azzerata in una sola battaglia, che pur sarebbe servita alla patria futura, i Manara, i Dandolo, i fratelli Archibugi, i Mameli, un’infinità di giovani strappati dalla vita.

Tomassini è stato anche il primo a sottolineare la lunga trattativa svoltasi fra Mazzini e Lesseps, l’inviato di Luigi Bonaparte che sembrava aver assicurato l’accordo e non la guerra con la Francia. La questione storiografica della Repubblica romana è infatti trattata un po’ alla leggera, tanto che esiste una vulgata per la quale Mazzini sottovalutò la minaccia. Affidò il comando delle truppe al generale Roselli, quando l’emergenza avrebbe presupposto una dittatura militare di Garibaldi. Sulla base di questa interpretazione ancora in occasione delle celebrazioni dei centocinquant’anni della Repubblica, la Rai ha pensato bene di far girare uno sceneggiato dove Mazzini ed il governo romano sono a teatro intenti a cantare Verdi, mentre le truppe francesi penetrano fra le mura. Gramsci nei suo “Quaderni” è persino sprezzante, quel buono a nulla di Mazzini “non convocò la piazza d’armi”.

In effetti Mazzini aveva una visione politica e militare un po’ più complessa. Vedendo l’ostilità del Piemonte nei confronti della Repubblica ed il precipitarsi delle truppe di Radetzky su Bologna, pensò bene che la Repubblica non poteva avere tre fronti, considerando anche quello borbonico a sud. Roma non disponeva degli uomini, ma soprattutto non aveva i mezzi per una guerra di questa gittata. Per cui egli puntò tutto sui rapporti con il nuovo governo francese, la spedizione romana non fu infatti comandata da Luigi Bonaparte ma dal governo precedente sulla base di un trattato della vecchia monarchia restaurata.

Considerati i legami rivoluzionari e la comune origine politica, perché mai non trovare un’intesa con la Francia? Non solo Mazzini contava su amicizie importanti, Ledru Rollin, Michelet, che potevano esercitare un’influenza sul nuovo governo, ma aveva un cugino di Luigi eletto nell’assemblea romana, e persino una sua amante come sostenitrice. La storiografia sembrerebbe invece convinta che Bonaparte lo fece becco, tradendolo sul più bello, con una lettera inviata al generale Oudinot. Questa lettera nessuno l’ha mai vista, mentre invece si è visto l’accordo fra Lesseps e Mazzini, che impegnava il governo. La stessa Costituzione redatta il tre luglio, non è opera di esaltazione ideale dell’assemblea, ma parte dell’accordo politico negoziato.

Come si spiega allora il voltafaccia? In un solo modo, non fu fatto becco Mazzini, ma proprio Bonaparte, per due ragioni. La prima che Oudinot appena messo piede sul territorio romano le aveva prese di santa ragione, i primi francesi che entrarono in Roma furono quelli resi prigionieri. La seconda, il nuovo ministro degli Esteri di Bonaparte che il presidente non aveva saputo giudicare, Tocqueville. Tocqueville, un reazionario intrigante, convinto della sua superiorità intellettuale, voleva reinsediare il pontefice e cancellare la repubblica giacobina. Su quali basi è plausibile una tale interpretazione che presenta comunque aspetti altrettanto controversi e di difficile documentazione? Su due soli aspetti.

Il primo, che il governo francese manda Tocqueville alla Camera come responsabile della spedizione romana. Il marchese viene preso a pernacchie e finisce la sua breve carriera politica. Peggio ancora avviene ad Oudinot, che richiamato in patria viene esautorato da qualsiasi funzione. Il restauratore del potere pontificio, viene pensionato. Bonaparte aveva tutti i vantaggi ad accordarsi con Mazzini e nessuno a rimettere il papa sul trono. A conferma di questa interpretazione una sua battuta riportata dagli archivi sulla questione romana prima di una visita di Stato del cardinale Antonelli nel 1860. “Ancora esiste lo Stato del Papa?”. Bonaparte era pur sempre un bonapartista e Mazzini fece bene a cercarvi un accordo. La Francia invece aveva smesso di essere bonapartista almeno dal 1815. Quella Francia non lo aveva scelto il nipote dell’Imperatore per le sue ascendenze rivoluzionarie, ma per quelle tiranniche. Il 4 luglio cadde la Repubblica, ma sarebbe caduta poi anche quella Francia.