Davide Giacalone è una figura di spicco nel mondo liberaldemocratico. Poco più che ventenne, ha ricoperto il ruolo di Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio Spadolini. Opinionista e prolifico autore, ha collaborato con le testate Smoking, L’Opinione e Libero. È stato consulente del Ministero delle telecomunicazioni prima e della pubblica amministrazione poi. Oggi è vicepresidente della Fondazione Luigi Einaudi e rivendica le sue coordinate politiche: Libertà, Europa, Atlantismo. Il 2 giugno, per la Festa della Repubblica, ha fondato il quotidiano d’opinione La Ragione, di cui è direttore.

Giacalone, che obiettivo si pone il suo nuovo giornale? «Quello di creare una unità di lettori interessati ad avere analisi ed idee diverse da quelle che trovano altrove. Che non necessariamente siano condivise: l’importante è che facciano pensare. È un quotidiano che non dà informazioni ma chiavi di lettura».

Randolfo Pacciardi riteneva a proposito che “gli italiani non conoscono perché non leggono niente”. Concorda? «Innanzitutto c’è da dire che l’Italia che conobbe lui era molto diversa: la popolazione allora era in gran parte analfabeta. Le cose sono cambiate. In compenso abbiamo prodotto un largo analfabetismo titolato, che ha anche insidie peggiori. Questo genere di analfabetismo ha infatti bisogno di trovare mezzi di comunicazione che siano molto semplici e soprattutto urlati. Si compra il giornale non per pensare, ma per sapere come pensare. Si guarda la televisione non per farsi venire un’idea, ma per ricevere conferma di un’idea che magari si aveva già prima».

Un tema a lei molto caro è quello della lotta all’assistenzialismo. Spesso sostiene che è un problema non solo politico ma anche culturale. Può spiegarci meglio? «Anche qua va fatta una comparazione tra passato e presente. Prendiamo il dopoguerra. L’Italia era un paese distrutto, povero, che peraltro aveva perso la guerra dalla parte torto. Lì il lavoro era il riscatto: serviva per dimostrare il proprio valore, a se stessi, alla famiglia. Ora invece si è sostituita a questa un’altra cultura. Adesso non si è più quel che si produce, ma quel che si consuma. Un tempo era: “io sono quello che ha la merceria”; ora è: “io sono quello che ha la Mercedes”. Tutto ciò crea ovviamente una forte predisposizione all’assistenzialismo: l’importante non è fare in modo di produrre ricchezza, ma avere i soldi direttamente in tasca, come non si sa. È venuta a mancare un’etica del lavoro».

In queste ultime settimane si è sentito molto parlare di “laicità”. Lei, che è anche autore di alcune pubblicazioni in merito, che significato attribuisce a questo termine? «Lo stato laico è la più grande costruzione culturale e istituzionale del nostro mondo. La laicità è, fondamentalmente, la capacità di convivere: i fedeli, di qualunque religione, sono liberi di credere, ma non di pensare che la legge divina sia superiore a quella civile».

A proposito di Europa, la Germania ha trovato un accordo con la Russia per il Nord Stream 2 e nei mesi passati ha imposto un accordo con la Cina. Ovviamente una cosa è un’Europa atlantica, ben altra un’Europa debole verso le autocrazie. Lei come vede questo passaggio esistenziale dell’UE? «Queste relazioni sono normali. La questione si presenterebbe qualora ci fosse una sudditanza politica. In particolare, il problema ci sarebbe se questi accordi portassero ad una dipendenza da una sola potenza: in questo caso, di ‘unicità della fonte’, ci troveremmo in una posizione di debolezza. Ma del resto sono accordi necessari: petrolio e gas sorgono praticamente solo dove sorgono autocrazie, e non c’è n’è una migliore delle altre».