Il partito repubblicano italiano è uno degli ultimi partiti dell’antifascismo, il che comporta una particolare responsabilità nei confronti della storia patria ed europea, perché il fascismo si diffuse dall’Italia all’intera Europa con maggiore rapidità di come si diffonde oggi il covid. Se sotto il profilo politico il fascismo ha subito una sconfitta definitiva, l’epoca del fascismo, come diceva Ernst Nolte, è conclusa e non più riproducibile, alcuni dei sintomi che lo caratterizzarono restano comuni e diffusi. Ogni democrazia, soprattutto la più giovane, ha capacità di involversi pericolosamente e questo rischio ancora lo stiamo correndo ai giorni nostri sul filo dell’emergenza. Non fu la violenza a portare il fascismo al potere, erano tutti violenti nel primo dopoguerra, ma la politica dell’emergenza. Poi dobbiamo considerare il trasformismo, che è un fenomeno precedente al fascismo che il fascismo ha impiegato con estrema disinvoltura. Aveva ragione Parri quando spiegava che il fascismo non era stata una parantesi, ma il naturale sbocco della storia patria, e non c’è niente di meglio per una dittatura di poter manipolare coloro disposti a mutare pelle ad ogni occorrenza. Il conformismo, invece, lo denunciava Moravia, è un tratto caratteristico della società fascista che rimane presente nella nostra dei giorni d’oggi, dove forse il conformismo è persino più esteso. Mussolini era bersaglio di ogni critica possibile all’interno dello stesso regime, c’era tutta una stampa apposita, da Malaparte a Maccari. Non ci siamo mai accorti di qualcuno, oltre noi ovviamente, che criticasse Giuseppe Conte in due anni di governo. Il fascismo comprese meglio di ogni altro il significato dell’irruzione delle masse nella storia del ‘900 e si preoccupò con successo di come riuscire ad influenzarle. Allora serviva un particolare carisma, quello di Mussolini o di un Hitler erano particolarissimi, ma oggi ci si è accorti che il carisma può essere evocato anche da una completa nullità politica e manageriale. Basta un uso altrettanto spregiudicato dei mezzi di comunicazione e la stessa mollezza morale degli interlocutori di un tempo. Il processo di criminalizzazione compiuto durante questi venticinque anni di sistema elettorale maggioritario, contro le forze di minoranza, è il “topos” stesso della propaganda fascista. Sono le forze di minoranza quelle che si opposero al regime e soprattutto, senza forze di minoranza, non ci sarebbe mai stato un Risorgimento. Non furono però le forze di minoranza a completare il Risorgimento italiano. Fu una casa regnante che vide l’occasione di allargare i suoi confini in un desiderio di potenza. L’unità nazionale per la corona sabauda, fu innanzitutto un’ elevazione di rango e lo si vede dai metodi repressivi che si applicarono al mezzogiorno così come di quelli polizieschi imposti ai mazziniani. Bronte non fu un caso isolato, fu un metodo di politica coloniale applicato a tutto il meridione di cui furono vittime gli stessi garibaldini. Fanno sorridere quei vecchi repubblicani che ricordano Mazzini prima del ’40, intento a scrivere lettere al papa e a Carlo Alberto e dimenticano il Mazzini fuori di sè, che dopo il ’60 voleva far saltare il palazzo reale per le conseguenze di Aspromonte. Tutte le monarchie europee si sarebbero poi opposte al fascismo, i Savoia gli si rivolsero per assicurarsi meglio un potere conteso. L’idea repubblicana era ancora tanto viva che persino il signor Mussolini da giovane sembrava preferirla. Quando poi casa Savoia si accorse del disastro, è semplicemente scappata. E meno male che c’è chi si stupisce che nel partito repubblicano si ritenga di non dover aver rapporti con chi ne esibisce lo stendardo. Mussolini è stato appeso per i piedi, i Savoia hanno vissuto in esilio seraficamente, eppure i Savoia sono più responsabili del ventennio fascista di quanto lo fosse lo stesso Mussolini e questo dovremmo averlo appreso bene dagli aventiniani. Il partito repubblicano ha un obbligo di particolare cautela nei confronti del fascismo per le ragioni che molti repubblicani prima vi simpatizzarono e poi vi aderirono. Bazzi a Ravenna, Casalini a Forlì, quasi l’intera consociazione genovese che pure deteneva un certo prestigio. In pratica, solo il pri di Milano era saldamente antifascista e tuttavia, a fronte del sostegno di molti repubblicani all’impresa fiumana e alla concentrazione interventista promossa da Mussolini, la direzione nazionale del Pri si impose e disconobbe ogni adesione. L’interventismo repubblicano finisce a Fiume, è bene ricordarselo, i repubblicani che partecipano all’impresa fiumana, e ve ne furono, son fuori dal partito. Quel partito repubblicano non riuscirà a reggere l’urto del 1922 e gran parte degli iscritti e dei tesserati, per non parlare delle strutture stesse, finirono al fascismo. Il Pri di oggi è l’erede di coloro che si opposero a questo processo a costo di finire clandestini in Francia e a sparare sui loro connazionali in Spagna. La segreteria del partito repubblicano era combattente in Spagna quando quella comunista era rifugiata a Mosca. La direzione comunista si congratula con Mussolini che entra ad Addis Abeba, la segreteria repubblicana manterrà uno sdegnato silenzio. Finita la guerra il partito comunista sarà inondato dall’adesione di ex fascisti nelle sue file, il partito repubblicano non vuole prendersi nemmeno coloro che l’abbandonarono. Delio Cantimori, tanto per fare un nome, è uno dei più grandi studiosi del rinascimento a livello mondiale. Lasciò il Pri per il fascio, poi si iscrisse al partito comunista e noi non abbiamo nessun rimpianto. Nelle polveri della storia la causa repubblicana è una causa cristallina che verrà sempre riconosciuta come tale. Chi l’ha abbandonata per qualcosa che si è estinto, Cantimori come Crispi, merita di essere dimenticato. La patria repubblicana è il futuro dell’umanità, non il passato, per questo il compito di salvaguardarla, non è dogmatico e nemmeno ideologico. E’ semplicemente vitale. Per cui impariamo a valutare la storia innanzitutto dalla parte dell’antifascismo militante, ovvero dalla nostra parte.