A leggere l’agenda politica di Enrico Letta c’è da dare di matto.

Da quando l’hanno richiamato da Parigi, strappandolo da una vita di lezioni a Science Po e tartine al caviale nei salotti della Rive gauche, il segretario del Pd si è trasformato nel profeta del nulla. In una competizione a perdere con Che Guevara si è concentrato su tutto tranne che sulle questioni epocali o rilevanti (l’aggressività cinese, Global Britain, la stabilizzazione della Libia, la riforma della giustizia penale, il fisco, il PNRR, la fine della missione militare in Afghanistan). Metafora di un partito ormai alimentato solo dalla presenza nei gangli vitali del potere, Letta incarna la distanza della politica dal paese reale.

Tutto quello che dice e fa è ipostatico, prodotto di un delirio filosofico disconnesso dai tempi e dalle necessità della politica.

Dopo aver predicato l’inclusività, ha targettizzato di volta in volta un segmento dell’elettorato per proposte sconclusionate e demagogiche, buone per sottolineare l’ideologia del buonismo verso i pochi e del livore verso i ricchi.

Abbiamo così appreso della necessità impellente del voto ai 16enni, una misura rivolta a 288mila italiani; la dote ai 18enni, un provvedimento per 330mila; la tassa sulla morte dei ricchi, che, come da lui spiegato, riguarda l’1% della popolazione; le donne prete, una roba che non riguarda nè la politica nè lo Stato italiano; il DDL Zan, che apparentemente protegge i diritti della comunità BLGT, il 10%, sopprimendo la libertà di opinione-parola dell’altro 90%; poi ha predicato alla nazionale italiana di calcio, spiegando che dovevano inginocchiarsi in solidarietà con il movimento BLM, che protesta contro la brutalità poliziesca verso la comunità afro-americani. Questo in un paese in cui se un poliziotto spara un colpo, cioè quello per cui è addestrato e pagato, finisce sotto inchiesta e sospeso dal servizio, mentre gli afro-americani vendono allegramente calzini di nylon e orologi contraffatti a ogni passante. Infine, tempo e risorse diplomatiche per far passare in Parlamento una mozione per concedere la cittadinanza a Patrick Zaki, un cittadino egiziano detenuto in Egitto, che in virtù di essere studente a Bologna ha fomentato la Vandea solidarista del gruppo Pd.

Proprio quel Pd che sulla complessa relazione con l’Egitto è non pervenuto. Quella con l’Egitto è una relazione che richiederebbe attenzione e competenza specifica. Cairo è un attore in Libia, un interlocutore di Eni per il giacimento di Zohr, un interlocutore di Fincantieri per le FREMM (le fregate multimissione), un agente nella lotta contro i Fratelli Musulmani, e anche lo Stato canaglia del caso Regeni. Ma per il Pd di Letta, la complessità della geopolitica si manifesta in un passaporto a un tale che, senza il clamore mediatico, starebbe all’ufficio stranieri della Questura a fare le ragnatele per il permesso di soggiorno, senza per questo offendere l’animo sensibile dei deputati Pd o suscitare afflati d’affratellamento.

Il problema è la mancanza d’idee e l’intossicazione dall’ideologia di un uomo con poche virtù che anche messe tutte insieme già fanno pensare al Pd di rispedirlo in Francia con posta prioritaria. Ma questa è anche la politica italiana, che priva di contenuti e usurpata dagli incompetenti, scopiazza dall’estero temi e formulette senza neanche lo sforzo di riadattarli al contesto.

Comunque vada, questo è l’ultimo giro di giostra. O per questa classe politica, se Draghi riesce nell’intento di cancellare la stagione sciagurata del populismo e del peronismo. O per il Paese, se Draghi dovesse dopotutto lasciare questi pazzi ai loro trastulli e tornarsene nel mondo che conta. Tempus fugit.