Bisogna riconoscere che Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi fanno un figurone avendo scelto come loro principale consigliere e stratega un discendente di un capo comunista, quale Gianni Letta. Personalità aperte come le loro non si sono fatte influenzare e hanno riconosciuto in Letta una delle menti più fini al servizio della politica italiana affidandogli con successo incarichi e compiti delicatissimi, svolti fra l’altro in maniera eccellente. Eppure la parentela di Gianni Letta con niente popo’ di meno che Antonio Gramsci, non si poteva ritenere particolarmente promettente. Non tanto perché Gramsci è fondatore del Pci, ciascuno fa le scelte politiche che ritiene e quella di Gramsci era di un certo coraggio, ma proprio perché Gramsci di politica ha capito poco e niente. Era invece, pensate, un grande dantista. Dalla lettura del Risorgimento offerta nei “Quaderni” si intuiva il disastro annunciato. La sua simpatia per Cavour condanna l’opzione rivoluzionaria e caratterizza la storia patria sotto un profilo autoritario e centralista che avrà presto quei frutti avvelenati che Gramsci pagherà prima di tutti. Ma qui anche se Gramsci sbaglia l’analisi, poteva fare davvero poco. La tragedia personale di Gramsci non dipende infatti dal fascismo, ma proprio dal comunismo. Bisogna essere grati agli studi fatti dalla Fondazione Gramsci diretta da Beppe Vacca che hanno dato un contributo formidabile alla ricostruzione degli eventi.
Gramsci era un trotskista e lo si evince proprio dai “Quaderni” in uno dei suoi passi più celebri e brillanti, quello sulla sclerosi dei partiti. Egli non scrive in generale, accusa specificatamente il partito comunista staliniano. Ora non si è capito mai bene perché di tanti dirigenti comunisti in giro ancora per l’Italia la polizia fascista mettesse le mani proprio sul più importante che pure avrebbe dovuto essere il più protetto. Può darsi che la polizia fosse bravissima, ma il punto sostenuto da Vacca è che Mussolini voleva liberarsi di Gramsci rispedendolo a Mosca. Non voleva avere una nuova vittima così ingombrante sul regime ed il rapporto con Stalin del Duce era molto migliore di quello che sembrava. Tra l’altro era buono anche il rapporto con Gramsci, tanto che appunto Mussolini gli regala l’intera opera di Trotsky mentre i suoi compagni di partito in galera gli sputavano nel piatto in cui mangiava. Mussolini aveva un certo riguardo per Gramsci anche perché unico dell’opposizione a comprendere che l’Aventino faceva il gioco del governo, si era compiaciuto del suo isolamento nell’antifascismo. In pratica compreso che le forze costituzionali sbagliano, è felice del loro errore. Il mito di Gramsci in altre parole andrebbe per lo meno rivisto meglio, si parla pur sempre di un politico che intendeva sostituire una dittatura ad un’altra.
Gianni Letta che pure ha una discendenza con chi commise tanti errori, non ne ha mai sbagliato una. Anche per questo appare curioso che invece di ricordare l’importanza di una parentela diretta di un tale rilievo, il nipote Enrico ne rivendichi una piuttosto lontana con un capo rivoluzionario tanto controverso. L’avvenire radioso, lo ha vissuto lo zio paterno, non certo il parente sardo della madre.