La revisione storiografica ha preso una tale piega che spesso viene da chiedersi se quanto si è studiato abbia mai avuto un qualche senso compiuto. Se uno apre il volumone di Jonathan Israel pubblicato in Italia per Einaudi nel 2015 sulla grande Rivoluzione, uno studio molto recente quindi, vedrà Robespierre classificato come “controrivoluzionario”. Aspettiamo un altro secolo, e magari avremo chi sosterrà che re Luigi era il rivoluzionario autentico, e non ridete. Troveremmo più argomenti e fondati, anche a favore di una tale tesi. La confusione intellettuale di questo nuovo secolo è dunque altissima.

Il giornalista franco-algerino Erick Zemmour, un tale che potrebbe persino essere eletto all’Eliseo, asserisce in un’intervista recentissima che “dopo aver letto Taine”, ha capito come la rivoluzione del ’93 fosse la stessa del 1789 e per questo ne ha preso le distanze. Si potrebbe discutere di quanto tempo questo signore abbia avuto bisogno per maturare le sue convinzioni, non fosse che non c’era bisogno di Taine per capire che il ’79 ed il ’93 sono lo stesso evento. Basta leggere Edmund Burke, che scrive un secolo prima di Taine e tutti i tentativi di distinguere le due, o magari tre rivoluzioni, appaiono ingegnosità di anime belle.

La Rivoluzione è una sola, dettata dall’esigenza della borghesia, “il terzo Stato”, di prendere il potere in Francia ed espandersi liberamente. Per riuscirvi la violenza è indispensabile dal primo momento. Volete davvero leggere un grande interprete della Rivoluzione francese? Karl Marx, praticamente comprese solo quella. “La rivoluzione francese si inscrive interamente all’interno della parabola borghese”, bello, chiaro e coinciso ne La Sacra Famiglia.

I marxisti invece non ne capirono niente. Gramsci, questo portento, scrive perentoriamente che la Rivoluzione francese sarebbe “l’alleanza degli operai delle città con i contadini delle campagne”. Una definizione che va bene, forse, per quella russa. Gli operai in Francia sono nel 1789 altamente specializzati. Il buon Duplay, ad esempio, è un falegname, il che significa possedere una pialleria, dei dipendenti, una bella casa, della servitù, una pianola in salotto, una camera per gli ospiti abbastanza isolata dove poter far alloggiare gratuitamente Robespierre e colmarlo di frutta candita e altri dolciumi. Un operaio nella Francia del 1790 era dunque un uomo benestante, un borghese per l’appunto. Quanto ai contadini legati alla rivoluzione cittadina, in Vandea non sembrerebbe, nella Champagne sicuramente. Dipendeva se decidevano di comprare i terreni sequestrati dallo Stato o se, ascoltati i lamenti dei preti, sgozzare i repubblicani.

La verità è che ricostruire ai giorni nostri, una società rattrappita come quella dell’Antico regime, è qualcosa di quasi impossibile. Non basta chiudersi negli archivi per vent’anni. La stessa idea di popolo è diversa, non solo quella di operaio. Il popolo francese della rivoluzione non comprendeva i servitori che erano esclusi da qualsiasi ruolo elettivo, attivo o passivo che fosse. E quanti erano i servitori nella Francia del 1789? 800 mila persone su venti milioni. Rousseau, sarebbe stato ai margini del processo rivoluzionario, un precettore, come un cuoco, un palafreniere, un sellaio, un giardiniere, un conduttore di carrozza, un parrucchiere; erano tutti servitù. Escludete che i rivoluzionari li volessero in qualche modo contemplare, semplicemente, non si fidavano. Solo i già ricchi facevano volentieri la rivoluzione e per diventare ancora più ricchi. Il birraio Santerre è uno dei cittadini più agiati di Parigi. E che dire del marchese di Saint Simon che voleva persino bruciare Notre Dame? Per arrivare sino al duca di Orleans, Filippo Egalitè, cugino di Luigi XVI.

Il giacobinismo prese una piega morale, perché ci si arricchiva nella miseria e questo apparve intollerabile anche a degli scioperati abituati a passare le giornate a bere e giocare a carte con lo spadone portato alla cinta. Cos’erano dunque quelle masse agitate e sporche che si vedono nei dipinti celebri delle giornate rivoluzionarie, quei sanculotti ingrugniti e feroci, con picche e bastoni che inseguono preti e aristocratici? Carne da macello, buona per tutti gli usi, una frazione insignificante e chiassosa che prende la scena menando fendenti a destra e a manca.

A proposito di Taine, questo grande storico sarebbe stato felice di sapere che la giornata del 10 agosto vide impegnata una porzione irrisoria della popolazione parigina, per lo più rimasta chiusa in casa o a bottega. In pratica, ad assediare le Tuileries c’erano dal mattino solo il reggimento giacobino di Marsiglia e quegli scalmanati del Faubourg Saint Antoine, che essendo disoccupati stavano per strada tutto il giorno. A maggior ragione Taine dovrebbe rabbrividire pensando che il suo re si sarebbe potuto liberare di tutta quella marmaglia con un paio di cannonate. E cosa fa il re? Nulla, fino alla tre del pomeriggio. Poi, controvoglia, viene spinto a mostrarsi alle sue truppe in calze viola e con la parrucca piegata dal sonnellino pomeridiano su un lato. La guardia nazionale vede il ciccione e lo abbandona immediatamente. Rimasero gli svizzeri che erano pagati ed i gentiluomini dal pugnale, che erano spacciati. In pratica, l’assedio alle Tuileries fu sostenuto dai soldati che dovevano difendere il Palazzo. E questo è forse un giudizio sulla Rivoluzione? No, lo è invece sulla monarchia e una volta per sempre. Taine o Zemmour che siano, c’è una pletora di controrivoluzionari e monarchici da strapazzo anche più quotati.

Farebbero bene a tenerlo a mente.