A rigore solo Cuba e la Corea del Nord possono sostenere di continuare a essere Paesi che si muovono in una prospettiva comunista. Altri Paesi, come la Cina e il Vietnam, pur continuando ad essere caratterizzati dal monopolio del potere politico da parte del partito comunista, hanno da tempo introdotto l’economia di mercato e non rispettano più uno dei canoni fondamentali dell’ideologia marxista.  Tuttavia, pur avendo alcuni aspetti strutturali comuni, Corea del Nord e Cuba sono profondamente diversi sia sotto l’aspetto dell’immagine che essi offrono al mondo sia anche per la realtà dei loro sistemi sociali e delle loro politiche. Della Corea del Nord il resto del mondo, e in particolare quello occidentale, ha un’immagine quasi caricaturale, dovuta in gran parte allo stile personale dei suoi leader ma anche alla realtà di un mondo chiuso, quasi impenetrabile, che continua a ripetere riti sempre più incomprensibili.

Altra immagine ha offerto di sé Cuba. A lungo la repubblica caraibica ha conservato, nel mondo occidentale e soprattutto tra i più giovani, almeno parte del fascino che aveva conquistato tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60 del ‘900, un fascino derivante dall’immagine esotica e romantica dei suoi leader barbudos, così diversi dal grigiore dei leader comunisti di derivazione sovietica, e dalla persistente forza del mito della lotta di David contro Golia che gli Stati Uniti avevano, loro malgrado, alimentato.

Ben presto la realtà si era rivelata diversa da quella dipinta dal mito. Una volta imboccata la strada del partito unico e dell’alleanza con l’Unione Sovietica tutto il sistema cubano, politico ed economico, si era andato adeguando ai canoni sovietici pur mantenendo esteriormente qualcosa dell’originario romanticismo rivoluzionario.

Quando il sistema comunista sovietico cadde, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, esisteva una diffusa attesa anche del crollo del regime cubano. Se ciò non avvenne fu perché il regime conservava ancora, a differenza di ciò che era accaduto nell’Europa orientale, un consistente appoggio popolare. Due erano gli elementi che stavano alla base di tale consenso. Il primo era dato dalla politica che il regime aveva seguito fin dal suo sorgere costruendo per via rivoluzionaria quello che i partiti socialdemocratici europei avevano costruito per via riformista: un sistema di welfare. Un welfare a misura dei Caraibi naturalmente, non paragonabile a quello dei Paesi dell’Europa occidentale, ma pur sempre un sistema di sicurezza sociale fino allora sconosciuto al di là dall’Atlantico. Non a caso i due fiori all’occhiello del regime cubano sono stati la scuola e il sistema sanitario.

L’altro aspetto del regime cubano che gli ha assicurato a lungo il consenso popolare è stato il nazionalismo. Le classi dirigenti dell’Europa occidentale, in seguito all’esperienza di due guerre mondiali, sono portate a considerare il nazionalismo un fenomeno residuale che caratterizza essenzialmente solo le forze politiche dell’estrema destra. In realtà questa immagine si è modificata nel tempo proprio in seguito al crollo dei regimi comunisti dell’Europa orientale dove hanno preso vigore forme di nazionalismo non facilmente etichettabili secondo schemi consueti.

A Cuba il nazionalismo ha assunto la forma della resistenza all’imperialismo yankee e ha coinvolto la grande maggioranza della popolazione. È un fenomeno presente in buona parte dell’America latina e che oggi trova le sue punte più avanzate in Venezuela e in Nicaragua. Ma a Cuba ha assunto fin dai primi anni ’60 la forma dell’ideologia ufficiale del regime, con un linguaggio sconosciuto ai Paesi comunisti europei. Lo slogan ufficiale del regime “Patria o muerte! Venceremos!” è impensabile all’interno del sistema ideologico del comunismo europeo.

Un welfare di base e l’ideologia nazionalista hanno permesso al regime cubano di superare tutte le crisi attraversate dal comunismo di ispirazione sovietica insieme, naturalmente, a un rigido sistema di controllo della vita sociale e politica del Paese che ha permesso di eliminare volta a volta le frange di dissidenza che si manifestavano.

La crisi che si è manifestata negli ultimi giorni, pur particolarmente acuta, non è la prima. Già in altre occasioni si erano verificate manifestazioni popolari a causa delle difficili condizioni alimentari. Finora il regime era riuscito a contenere queste crisi: è difficile dire se lo stesso accadrà anche questa volta. In realtà è proprio in occasione di queste crisi che si manifesta la principale debolezza del regime, il rigido controllo statale sul sistema produttivo e commerciale e l’assenza dell’elasticità propria dell’economia di mercato. Poiché Cuba ha continuato ad essere un Paese caratterizzato dalla monocoltura della canna da zucchero, l’assenza dei correttivi del mercato si è fatta sentire soprattutto nei meccanismi di distribuzione delle risorse primarie. Naturalmente la crisi ha consentito il riemergere con una certa forza delle richieste di libertà e di democrazia che erano state soffocate dal regime. Il prossimo futuro ci dirà in che misura queste richieste possono essere assorbite o soffocate dal regime oppure possono condurre a cambiamenti radicali.

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Ha insegnato fino al 2012 nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Firenze dove è stato anche coordinatore del Master in Comunicazione del Patrimonio culturale. Dal 1980 al 2010 ha coordinato i maggiori progetti di valorizzazione del patrimonio culturale della Regione.Toscana. E' stato presidente del Centro di ricerche storiche e di scienze sociali "Passato Prossimo". E' attualmente presidente dell'Associazione Italia-Israele di Firenze. E' autore di numerosi articoli e libri tra i quali "Filippo Stecchi un editore fiorentino del Settecento tra riformismo e rivoluzione" (1989); "Pinocchio e la sua immagine" (1981); "Il sistema dei beni culturali in Italia" (2004);"Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d'Israele. Una lunga coerenza"; "1967. Comunisti e socialisti di fronte alla guerra dei Sei giorni. La costruzione dell'immagine dello Stato d'Israele nella sinistra italiana" (2014); "Viaggio in Israele" (2017); "Amare gli ebrei Odiare Israele. Antisemitismo e antisionismo nella nostra società" (2020).