Che cos’è un incidente? È qualcosa di refrattario a ogni forma di racconto, scrive Emanuele Trevi nel suo ultimo libro. «Libero dal vincolo della necessità, gratuito, imprevedibile, accade non smettendo però di ricordarci che poteva benissimo non accadere». Puro nonsenso. Come il Premio Strega. Che proprio Trevi quest’anno ha vinto con un’opera, Due vite, che di bello non ha nemmeno il titolo. Tutta la stampa che conta a favore, è una biografia, nemmeno troppo appassionata, di due scrittori che se ne sono andati. Un omaggio a degli amici. Per chi resta da questa parte, e non li ha conosciuti, resta l’impressione di una quarta di copertina. Appassionante quanto un bugiardino Pfizer che di questi tempi va pure di moda. Qua e là qualche considerazione, nemmeno altissima. Le due vite non sono sono quelle di Pia e Rocco, ma anche quella di chi ricorda e chi è ricordato, perché chi va via in realtà rimane nella memoria. Interessante. Non originale. E c’è di meglio. Del resto nella dozzina è arrivato anche un libro inutile come Adorazione di Alice Urciolo, un diario tardo-adolescenziale con consapevolezza e maturità politica da terza media, “nel piccolo centro di fondazione fascista”, perché le architetture di Latina non ti permettono di dimenticare il fascismo.

Del resto anche Emanuele Trevi ha le etichette facili.  Un no vax è un cretino tendenzialmente fascista, ha scritto sul Corriere, con un sordo rancore per il sapere scientifico e in base ai consigli dell’insegnante di yoga. Insomma, non due, non gli bastano, Trevi ha una terza vita da Fedayyn del Vero che gli permette di dare del cretino a Cacciari, a Agamben, a Bernard-Henri Lévy. Tutti in un unico calderone e tutti fascisti, secondo il nuovo manicheismo a cui un Premio Strega che si rispetti deve tener conto. Sarà il liquore.

Già lo diceva Alberto Moravia: in Italia manca la “tradizione”, manca il “filo conduttore”. Abbiamo Manzoni e tutto si ferma lì. Gianni Riotta un paio d’anni fa fece discutere perché in un tweet la sintetizzò così: “un mercato librario avido di giallacci volgari, malscritti da autori mediocri”. Non hai modelli, non hai debiti. È inutile lamentarsi se poi persino la politica è raccontata in superficie, da tifoso.

Hai un orgoglio così però che bisogna mettere in mostra perché gli italiani leggono poco ma scrivono molto, e quindi l’impoverimento che riflette lo Strega, nella sua canonicità, è questo: ci sono aspiranti scrittori che sono lettori deboli e case editrici che fanno cassa, o a spese degli autori, o uniformando le poche idee al gusto del mercato. Certo, se diamo retta al mercato, il Premio c’è, fa il suo mestiere. La dozzina e la cinquina finale hanno in effetti effetti positivi sulle vendite. La solitudine dei numeri primi, illeggibile opera prima di Paolo Giordano che il Premio lo vinse, ha avuto un venduto decuplicato. Senza Premio Strega nessuno avrebbe mai sentito parlare del Colibrì, vero. Solo che così il Premio è un Talent. X-Factor. Amici. Spettacolo, intrattenimento, forma standard e contenuto politicamente corretto.

Ma è definitivo Lorenzo Vitelli: «Non bastano i premi letterari, le recensioni a comando, gli incensamenti, le marchette, le lisciate di pelo e gli elogi iperbolici sugli inserti culturali, la ricerca affannosa di superlativi da mettere sulle fascette intorno ai libri o le strategie di marketing più azzardate per trasformare dei romanzi mediocri in capolavori. Il pubblico lo sa, e se legge meno è perché l’offerta è scadente. Avremmo bisogno, invece, di una letteratura pericolosa, che dia adito a vertigini, che sondi i nostri abissi invece di pacificarci con i nostri pregiudizi. Non queste sagre dell’ovvio, dove tutto è già sentito, detto e ridetto. Non questa letteratura fatta in serie che ci appaga, ci riconcilia e ci soddisfa, ma una parola che ci spezzi, una frase che non ci lasci intatti. Ci vogliono più stroncature, meno telecamere, più pudore e meno applausi. Ci vogliono grandi scrittori, editori visionari. Sicuramente non servono i premi»