Vari Paesi del mondo si apprestano a dichiarare che non parteciperanno al 20° anniversario della famigerata Conferenza mondiale contro il razzismo dell’ONU, che si tenne a Durban, in Sudafrica nel 2001. L’incontro si svolgerà il 22 settembre, nel corso dei giorni di inaugurazione dell’Assemblea Generale dell’ONU.

Perché un vertice che dovrebbe unire il mondo nella nobile e importantissima causa della lotta al razzismo viene evitato da una lista crescente di Paesi, tra cui Stati Uniti, Australia, Canada, Regno Unito, Austria, Paesi Bassi, Ungheria, Israele, Repubblica Ceca e altri?

La motivazione fu espressa in modo drammatico dal Prof. Irwin Cotler, ex-Ministro della Giustizia del Canada, al tempo della conferenza originale del 2001: “Se l’11 settembre è stato la Kristallnacht del terrorismo, Durban è stata la sua Mein Kampf“, scrisse.

La conferenza di Durban del 2001, che ebbe luogo pochi giorni prima degli attacchi terroristici dell’11 settembre, fu una pagina nera della lotta universale contro il razzismo. Divenne invece una perversa e strumentale conferenza contro il sionismo, contro Israele, contro gli ebrei.

La conferenza divenne una piattaforma per attaccare Israele e invocare l’infame accusa che il sionismo sia una forma di razzismo. Ancora peggio della conferenza ufficiale fu il Forum delle ONG, dove molti partecipanti espressero apertamente il loro odio verso Israele e minacciarono i rappresentanti delle ONG ebraiche che partecipavano all’evento. “Non andiamo nemmeno più al bar o in bagno da soli”, scrisse la leader studentesca ebrea Joelle Fiss nei suoi Diari di Durban, pubblicati all’epoca dall’American Jewish Committee (AJC). “Alcuni membri del gruppo non indossano più i loro badge. Altri hanno sostituito la loro kippah con un berretto”. Gli attivisti ebrei per i diritti umani a Durban sono stati minacciati fisicamente, con folle che gridavano “Tu non appartieni alla razza umana!”

Migliaia di persone parteciparono alla marcia guidata dai palestinesi, dove un cartello recitava “Hitler avrebbe dovuto finire il lavoro”. Nelle vicinanze, c’era chi vendeva “I protocolli dei Savi di Sion”.

“Per me, che ho vissuto in prima persona gli orrori dell’Olocausto, questo è stato l’odio per gli ebrei più nauseante che abbia visto dal periodo nazista”, dichiarò Tom Lantos, il compianto leader della delegazione statunitense, al termine della conferenza. Negli ultimi 20 anni, i tentativi delle Nazioni Unite di dare un seguito alla conferenza del 2001 sono falliti perché gli organizzatori hanno mantenuto lo stesso atteggiamento. I Paesi occidentali più importanti non hanno partecipato alla conferenza di revisione di Durban del 2009 a Ginevra, e nemmeno a Durban III, svoltasi nel 2011.

Il fatto è che Durban è stato un punto di svolta nel modo in cui si esprime l’antisemitismo contemporaneo. Tutto ciò che segue questo schema non può pretendere di ottenere un risultato diverso. Gli ebrei non sono più odiati in nome del razzismo ma in nome dell’antirazzismo.

Le conseguenze di Durban 2001 si fanno sentire ancora oggi. Durante l’ultima battaglia tra Israele ed Hamas, numerose voci da entrambe le sponde dell’Atlantico hanno condannato Israele in nome della “disuguaglianza razziale”, sostenendo in modo calunnioso che Israele stesse commettendo un “genocidio” o praticando l'”apartheid”.

L’antisemitismo ha sempre costruito la propria immagine fittizia degli “ebrei”. Mette gli “ebrei” al centro di tutto ciò che è male nel mondo. L’odierno odio ossessivo verso il sionismo e Israele continua a costruire “Israele”, l’ebreo collettivo, come centrale o simbolico dei principali mali del pianeta.

Ciò che è così inquietante di questo antisemitismo non sono semplicemente le accuse diffamatorie e delegittimanti che chiedono lo smantellamento dello Stato ebraico, ma in modo particolare il mascherare questo antisemitismo ideologico come se fosse parte della lotta contro il razzismo, l’apartheid o anche il nazismo, trasformando così un’accusa antisemita in un imperativo morale.

Condannare lo Stato d’Israele come “Stato razzista”, equiparandolo al regime sudafricano dell’apartheid, significa ostracizzarlo o addirittura condannarlo alla distruzione. Non si discute con il nemico assoluto; lo si elimina.

Non c’è da stupirsi che negli ultimi vent’anni gli ebrei siano stati attaccati e persino uccisi in nome della “difesa dei palestinesi”. Fu questa la giustificazione data da Mohamed Merah quando uccise degli scolari ebrei a Tolosa nel 2012. Fu questo il leitmotiv di quelli che due anni dopo marciarono per le strade di diverse città della Francia inneggiando alla morte per gli ebrei.

Negli ultimi 20 anni, la questione dell’esistenza stessa di Israele è stata usata come una delle colonne portanti ideologiche degli estremisti islamici e di sinistra. Come risultato, l’antisemitismo è aumentato in gran parte dell’Europa e in gran parte dell’Occidente, e gli studi pubblicati dalla mia organizzazione, l’AJC, e da altri nel corso degli anni hanno sistematicamente dimostrato che gli ebrei non solo hanno sempre più paura, ma che molti di loro hanno subito l’antisemitismo personalmente.

Il più recente studio dell’American Jewish Committee-Fondapol sulla percezione degli ebrei in Francia, pubblicato nel 2020, ha rivelato che il 70% degli ebrei francesi ha subito un episodio di antisemitismo nella loro vita, e questo numero è ancora più alto tra i più giovani.

Negli ultimi vent’anni i leader europei si sono impegnati in numerose occasioni non solo a combattere l’antisemitismo in generale, ma hanno anche riconosciuto e affrontato specificamente la natura dell’antisemitismo legato a Israele.

Quando la Francia ha adottato la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance, il presidente Emmanuel Macron ha fatto un passo avanti chiarendo che “l’antisionismo è una delle forme moderne di antisemitismo”, e la cancelliera tedesca Angela Merkel ha qualificato l’antisionismo come “illegittimo”.

Se i leader europei vogliono davvero riconoscere e combattere l’antisemitismo relativo a Israele, non devono partecipare a Durban 20.

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Simone Rodan-Benzaquen è Direttore dell’American Jewish Committe – Europe