Per chi ricorda l’11 settembre come una data cruciale del millennio e le conseguenze strategiche e militari che innescò, il ritiro americano dall’Afghanistan non appare paragonabile al ritiro dall’Iraq. L’Iraq è pur sempre una società articolata per lo meno in tre gruppi etnici, la maggioranza sciita, la minoranza sunnita, i curdi, tutti destinati a trovare un punto di equilibrio, piaccia o meno, sulla base delle loro entità numeriche. Saddam che era il capo di un clan sunnita, forzava di per se stesso la natura delle cose. La sua sola caduta promette una ristrutturazione più democratica del paese, per quanto inevitabilmente l’Iraq, se non si spacca, sarà destinato ad entrare nell’orbita iraniana. Non potrà però diventare semplicemente un’altra repubblica islamica, ha infatti intessuto troppi contatti e legami con l’occidente. L’Afghanistan è invece una situazione completamente diversa. L’occupazione militare avrebbe potuto durare altri vent’anni senza riuscire ad incidere sulla realtà delle scuole coraniche. Sarebbe stata necessaria una guerra su scala molto più larga e omicida, che coinvolgesse anche il Pakistan, perché è il Pakistan, formalmente alleato dell’occidente, il vero supporto all’islamismo militante talebano, a cominciare dalle solenni batoste che prendono le sue truppe quando si schierano contro quelle dei ragazzi delle scuole coraniche. I talebani sono ramificati all’interno delle istituzioni governative pakistane che dovrebbero sconfiggerli e questo è il primo punto. Come si fa a combattere un governo amico, un governo che collabora, tarato profondamente ed irrimediabilmente al suo interno? Il secondo, è che in Afghanistan vent’anni di occupazione hanno solo procurato il controllo del quindici per cento scarso del paese. Nel resto si è vissuto come la cavalleria americana viveva a Fort Apache, nel deserto. La popolazione dei villaggi è tutta talebana, quella che non lo era è stata sterminata prima dell’occupazione. Per cui le truppe americane e la Nato per pacificare l’Afghanistan avrebbero a loro volta dovuto sterminare l’ottanta per cento della popolazione. Tanto valeva ritirarsi anche prima perché non c’è nemmeno un dubbio che il nuovo esercito afghano, quello che abbiamo aiutato ad addestrare e ad ammodernare, confluirà in quello talebano. I taleban stanno riprendendo il paese metro per metro, sempre ammesso che mai l’avessero perso, senza sparare un solo colpo. L’unica speranza che abbiamo è che in vent’anni fuori dal potere e ridotti alla macchia, i talebani siano cambiati, non nella loro identità specifica, ma per lo meno nella gestione degli affari pubblici, ovvero si rendano conto che non gli conviene poi tanto fare tutto quello che gli pare se poi si trovano costretti a sloggiare sotto le bombe. Non che i talebani siano particolarmente morbidi di carattere, ma è singolare il miglioramento dei loro rapporti con l’Iran. Ha dell’incredibile ma è così, gli iraniani hanno aiutato i talebani in tutti questi anni. Poi va a vedere se i talebani saranno riconoscenti o meno, non li conosciamo abbastanza per prevederlo e sono tipi piuttosto particolari. Certo che dall’Iraq, all’Afghanistan, l’occidente ha lavorato per l’Iran, la cui influenza geopolitica si è estesa ulteriormente, non avendo più due mortali nemici ai confini. Visti i rapporti con l’Iran, fra dieci anni ci chiederemo se abbiamo fatto la scelta giusta e la politica più opportuna. Al momento abbiamo uno strano sapore di amaro in bocca a guastarci il palato.