Possiamo credere volentieri che l’avvocato Conte non abbia mai pensato, come asserito ai colleghi della stampa, alla crisi di governo. La domanda non andava rivolta a lui, che è solo il leader “in pectore” del Movimento 5 stelle, ma al leader “di fatto” del movimento che deve pur esistere fino che a c’è n’è uno in pectore. È dunque evidente che indipendentemente dal leader “in pectore” il Movimento 5 stelle non vuole che il governo Draghi cada e potremmo trovare mille motivi per questo. Il primo dei quali è che, sostenuti due governi fallimentari, il Movimento cinque stelle vede finalmente un’occasione politica unica nel terzo. Quello che invece sicuramente Draghi non potrà fare è ascoltare, come pure asserisce l’avvocato Conte, le richieste del movimento cinque stelle, così come non può ascoltare le richieste degli altri partiti della maggioranza. Draghi non è il mediatore scelto a dipanare o contenere le istanze dei partiti che formano il governo. Draghi a contrario del Conte uno, ha illustrato un suo programma molto definito sul quale i partiti hanno dato un’ampia convergenza, e detti partiti non hanno preparato nulla del programma del governo, come era ovvio. Tutti, sino al giorno prima, ritenevano che occorresse blindare il governo Conte due o andare alle elezioni. Draghi ha quindi preso sulle sue spalle il peso di elaborare un programma di governo, con l’appoggio fondamentale del capo dello Stato, ed i partiti che pensavano a tutt’altro si sono convinti, in tempi rapidissimi per la verità, che questa fosse la soluzione migliore per il paese, escluso Fratelli d’Italia che ha scelto, a nostro modesto avviso sbagliando, ma sulla linea della coerenza politica, di restare all’opposizione.
A questo punto Draghi, anche per temperamento, ascolta i partiti volentieri, ma le decisioni le prende lui, non perché non rispetta la dialettica parlamentare, era un altro presidente del Consiglio che ha messo la sordina al Parlamento in nome dell’emergenza, e sia chiaro, non ci riferiamo alla Buonanima. La dialettica parlamentare si è ridimensionata davanti alle istanze poste dal presidente del Consiglio. È comprensibile che ci si preoccupi di questa situazione, ma bisogna pur comprenderne l’eccezionalità e accettarla, altrimenti la crisi del governo si aprirà davvero, non fosse che far cadere Draghi, non sarebbe come far cadere Conte, di cui a nessuno è importato niente, anzi. Draghi è l’eccellenza italiana che incontra il favore di tutto il mondo occidentale.
Capiamo ovviamente che i leader di partito “di fatto”, non quelli “in pectore”, abbiano delle difficoltà. Temono che la vita politica in pieno agosto appaia congelata e non sanno bene cosa dover fare in una situazione di cui non sono minimante artefici, tranne forse in parte Renzi. Così finisce che si becchino come i capponi manzoniani. Lo spettacolo offerto, lo diciamo sommessamente, non è particolarmente esaltante. Potessimo dare loro un consiglio gli diremmo di valutare meglio la situazione politica che si è creata e non necessariamente come uno svantaggio per le loro ambizioni, ma come la possibilità di creare una nuova intesa di governo, non più occasionale, non più ideologica, fondata sull’esclusivo interesse nazionale, valida anche per il domani. Draghi ha pur detto che il suo voleva essere un “governo repubblicano”. Si vede che i partiti non ci sono abituati.