Ebrahim Raisi è, dal cinque agosto, ufficialmente l’ottavo presidente iraniano e il successore di Hassan Rouhani, ritenuto rappresentante dell’area moderata del regime di Teheran. Nessuno può considerare Raisi un moderato, sicuramente non gli esuli iraniani che lo ricordano bene quando, appena ventenne, fu chiamato a fare parte della famigerata Commissione della morte, il tribunale di salute pubblica incaricato di ordinare l’esecuzione di migliaia di oppositori del regime nel 1988.

Secondo il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, sarebbero circa trentamila le persone fatte uccidere dalla Commissione a cavallo tra il luglio e il settembre del 1988, ma anche se il numero dei morti fosse inferiore, non sussistono dubbi in merito alla solerzia della Commissione nell’eliminare in modo sommario coloro che venivano ufficialmente dichiarati nemici della rivoluzione, così come non ci sono dubbi che il neopresidente iraniano ne facesse parte. La maggioranza dei cadaveri vennero sepolti in fosse comuni. Su questo intenso periodo di mattanza ancora oggi l’Iran pone una omertà assoluta.

Fedelissimo di Alì Khamenei, Raisi offre le garanzie migliori per sovraintendere ai negoziati sul nucleare iraniano che si tengono a Vienna e che, ancora prima del suo insediamento si erano avviati su binari stretti: nessun cedimento nei confronti degli USA, ma anzi, condizioni esorbitanti, come quella di chiedere di vincolare un futuro rientro americano alla tutela ONU, il che significherebbe che gli USA dovrebbero sottomettere al veto della Russia e della Cina una decisione relativa alla loro politica estera.

Nel mentre, l’Iran continua a mostrare il suo volto di sempre, con atti di hubris manifesta, come si è visto recentemente con l’attacco a una petroliera nel Golfo dell’Oman, mentre dal Libano, Hezbollah lancia diciannove razzi sul nord di Israele, la prima volta dal 2006, anno della Seconda guerra libanese.

“Entro dieci settimane”, ha dichiarato Benny Gantz, Ministro della Difesa israeliano, “l’Iran avrà il materiale necessario per un ordigno nucleare”. Sono già diverse volte che il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, afferma che il tempo per potere rinnovare l’accordo sul nucleare iraniano “sta accorciandosi”.

Effettivamente il tempo scorre. Non sarà certo Ebrahim Raisi ad avviarlo verso esiti di pace.

(Foto: Wikipedia)

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Milanese. Laureatosi in filosofia teorica a Roma, è ricercatore indipendente relativamente al conflitto arabo-israeliano. Collabora con L’Informale, Progetto Dreyfus e Caratteri Liberi. Diverse sue interviste con alcuni dei più autorevoli studiosi di storia di Israele, islamismo e jihad, tra cui Benny Morris, Daniel Pipes, Robert Spencer e Mordechai Kedar, sono apparse oltre che su L’Informale, su DanielPipes.org, Middle East Forum, Frontpage Magazine e The Jerusalem Herald. Direttore editoriale della collana Ricerche sull’antisemitismo e l’antisionismo della Salomone Belforte Editore, ha pubblicato Il Sabba Intorno a Israele: Fenomenologia di una demonizzazione, Lindau, 2017 e Il Capro Espiatorio: Israele e la crisi dell’Europa, Lindau, 2019. Segue la politica estera per La Voce Repubblicana.