Il 9 agosto è stato pubblicato il VI Rapporto sui cambiamenti climatici a livello planetario (AR6) ad opera del panel intergovernativo delle Nazioni Unite sul climate change (Ipcc).

Il rapporto, che si fonda sul lavoro di 743 scienziati, si compone di tre parti strettamente interrelate: 1) le evidenze scientifiche dei mutamenti climatici; 2) l’impatto del surriscaldamento globale; 3) l’individuazione di alcune possibili misure da attuare per mitigare il climate change.

L’esito di questo rapporto non fa che confermare quello che è già chiaro sin dalla sigla dell’Accordo di Parigi, aumentandone però il livello di allerta.

Secondo quanto indicato nell’AR6, infatti, se le linee guida individuate a Parigi sono ancora valide, le scadenze individuate nel 2015 non sarebbero più attuali, poiché il trend in corso rileverebbe come non sarebbe più raggiungibile l’obiettivo di mantenere l’incremento del riscaldamento globale al di sotto dei 2°C, e come l’impegno a raggiungere entro il 2030 una riduzione interna netta di almeno il 55% delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990 non sarebbe oggi efficace essendo troppo lontano l’orizzonte temporale del 2030.

Inoltre il rapporto segnala la necessità di agire non solo sul taglio delle emissioni di CO2, ma anche su altri gas bioalteranti, primo tra tutti il metano. Ed in quest’ottica punta il dito principalmente contro le dispersioni dai pozzi di shale-gas e sugli allevamenti intensivi di bestiame.

Il rapporto lancia poi un’ulteriore allerta sulle conseguenze socio economiche dei cambiamenti climatici, in primo luogo in termini di grandi migrazioni di popolazioni dovute ai fenomeni di cambiamento climatico, ma anche agli impatti sul settore agricolo mondiale o sulle risorse necessarie a contrastare eventi meteorologici sempre più frequenti quali, ad esempio, le alluvioni o gli incendi.

Il rapporto dell’Ipcc ci consegna, quindi, la necessità di avviare una profonda riflessione relativa all’equilibrio tra una necessaria risposta che segua con convinzione le indicazioni scientifiche e le esigenze politiche e geo-politiche correlate.

Non si può, infatti, negare che le azioni da intraprendere per contrastare il climate change e per rispettare l’Accordo di Parigi, o per renderlo ancora più avanzato, abbiano dei costi per i singoli Stati e per le loro economie. Basti pensare a quanto accaduto al G20 di Napoli con la ferma opposizione di Cina ed India alla proposta di rimanere sotto gli 1,5 gradi di aumento massimo del riscaldamento globale al 2030 e la proposta di eliminare il carbone dalla produzione energetica a partire dal 2025, entrambi considerati obiettivi troppo penalizzanti per le due economie, oppure a quale potrebbe essere la posizione dei Paesi estrattori di shale-gas di fronte ad una richiesta di limitazioni su questa attività. Senza dimenticare che il passaggio dalle energie tradizionali alle energie rinnovabili presenta nel breve periodo un incremento di costi.

Eppure l’allerta che giunge dalla comunità scientifica, fatto proprio e rappresentato nel rapporto AR6 dell’Ipcc, impone un impegno da parte di tutti, e fondamentale sarà in questa direzione l’esito della Cop 26 che si terrà a novembre a Glasgow.

Abbiamo già avuto modo di evidenziare come in quell’occasione sarà essenziale la cooperazione tra Italia e Regno Unito, co-presidenti della manifestazione. Così come sarà importante il forte commitment manifestato sul tema dall’Amministrazione Biden, come visto in occasione del G20 di Napoli, brillantemente condotto dal Ministro dell’Ambiente italiano Roberto Cingolani con la fattiva collaborazione di John Kerry rappresentante per il clima dell’Amministrazione USA.

La Cop 26 dovrà verosimilmente rilanciare su obiettivi ambiziosi finalizzati a migliorare i target dell’accordo di Parigi, e focalizzarsi su ulteriori proposte quali la ex carbon-tax, il carbon leakage, o ancora la promozione di una Green Deal Diplomacy attraverso l’inserimento negli accordi commerciali di incentivi e/o di dazi legati alla sostenibilità ambientale dei sistemi produttivi.

Per fare questo sarà anche importante stanziare risorse per evitare effetti distorsivi sulle diverse economie, facendo ancora di più ad esempio per favorire la riconversione energetica dei settori industriali senza farne ricadere il costo sulle aziende, o per favorire la riqualificazione energetica del patrimonio immobiliare, o sostenendo le azioni dei Paesi in via di sviluppo.

Bisognerà poi, però, che i singoli Governi si attivino anche in altre direzioni, facendo sistema ed intervenendo sui sistemi produttivi, sulla ricerca, e sull’educazione.

La capacità di creare sinergie industriali sarà essenziale per sviluppare progetti. È questo il caso, per restare alla cooperazione tra Italia e Regno Unito di cui abbiamo fatto cenno, di Saipem e Falck Renewables impegnate in Regno Unito nell’Eolico, o di Snam che in partnership con Itm Power è impegnata oltre Manica per sviluppare l’idrogeno come fonte di energia.

Sarà inoltre essenziale sviluppare partnership tra Sistemi Paese in progetti di R&S per mezzo di collaborazioni tra università e centri di ricerca.

Non bisogna inoltre sottovalutare il fatto che un efficace contrasto agli effetti negativi dei cambiamenti climatici passa anche da un cambiamento di abitudini dei cittadini, per cui l’educazione alla sostenibilità ambientale, sin dai primi cicli scolastici, potrebbe rappresentare una sfida decisiva e vincente.

Le attese sulla conferenza di Glasgow sono molto alte, sarà importante che ciascuno faccia compiutamente la sua parte.