Ho letto solo oggi iĺ rapporto del TGCom24 datato 8 agosto col titolo “A New York una donna musulmana a capo della polizia: è la prima volta. Filistine Srour, 38 anni,  è nata nel Bronx da immigrati palestinesi. Ha una laurea in criminologia e un Master in psicologia forense”.  
Mi congratulo con la nuova Capitana Filastine Srour e auguro alla medesima tante soddisfazioni e successo nel suo nuovo a stimato lavoro. Provo una certa empatia dato che anch’io sono figlia di immigrati, rifugiati da Vienna a New York nel 1938 per salvare la famiglia dalla Shoah in Europa. E anche i miei genitori erano fieri del mio lavoro e delle mie lauree come sicuramente saranno quelli suoi per i suoi.
Devo però segnalare un paio di inesattezze nell’articolo a correzione della accuratezza dei fatti. Innanzittutto, la dottoressa Filastine Srour è stata nominata “capitano” e non “Capo” della polizia di New York. Il Capo del NYPD è Commissioner Dermot Shea.
Ma questo è un errore piccolo e innocuo in confronto al riferimento al “genocidio del 1948” [verbatim] che conclude il testo.
È da notare che questa frase non appare nell’articolo pubblicato il 2 agosto da MEMO, un giornale filopalestinese e filoarabo da cui TGCom24 sembra aver copiato testualmente il suo articolo traducendo in italiano l’originale in lingua inglese e trasformando “after leaving their village in 1948” in “dopo aver lasciato il loro villaggio in seguito al genocidio del 1948.”  O forse il testo originale a cui si è ispirato il (la?) giornalista di TGCom24 era la trasmissione di Radio Nisaa FM del 1 agosto che racconta in inglese che la famiglia di Filastine Srour “lived in Qaladnia refugee camp near Jerusalem after leaving their village in the 1948 genocide…” Comunque sia, e qualunque sia la fonte, un giornalista italiano ha il dovere di verificarlo e non manipolare la verità dei fatti.
Un po’ di storia: La Guerra (e non il “Genocidio”) del 1948 scoppiò Il 14 maggio con la Dichiarazione di Indipendenza di David Ben-Gurion in seguito alla Risoluzione ONU 181 del 29 novembre 1947 (“la Risoluzione della Partizione”), quando le forze armate di 5 Stati arabi — Libano, Siria, Iraq, Egitto e l’Arabia Saudita — che lo circondavano attaccarono Israele sperando di respingere tutti gli ebrei (forse erano loro che speravano di fare un genocidio ?). Ma la “Forza Armata” di Israele,  all’epoca composta principalmente non da militari di professione ma dalle milizie di autodifesa del Haganah  e del più piccolo Irgun, di uomini e donne dei Kibbutzim e dei profughi sopravvissuti alla Shoah, trovò la forza nata dalla disperazione per difendersi e vincere contro il minacciato annientamento. Le battaglie furono aspre, e si contarono massacri e vittime nelle file di tutte le parti belligeranti.  Senza dubbio, videro molte sofferenze e vi furono molte vittime sia fra la popolazione ebraica che di quella araba di quella terra che fino a quel momento coabitavano, ma fu una guerra, non un “genocidio.”  Circa settecentomila arabi fuggirono, emigrarono o furono espulsi, mentre gli stati arabi del Mediterraneo massacrarono e cacciarono un numero pressochè uguale dei loro cittadini ebrei.  Così sono nati i profughi ebrei dai paesi arabi che si rifugiarono in Israele, e i profughi palestinesi che ancora oggi vivono in campi finanziati dall’UNRWA perchè rifiutati dai paesi arabi circostanti.  Oggi i palestinesi con cittadinanza israeliana sono il 21 percento della popolazione totale; vivono, votano, studiano e lavorano nello stato di Israele e godono dei diritti democratici.
I media hanno un grande potere e la capacità di influenzare il pensiero e le emozioni dell’opinione pubblica, e di conseguenza questo comporta anche una grande responsabilità.  Forse non sarà mai possibile raccontare “la verità, tutta la verità, e nient’altro della verità” come recita il testimone chiamato a deporre nei tribunali statunitensi,  giurando sulla Bibbia  perchè noi tutti senza volerlo siamo condizionati da narrazioni differenti, personali, che inficiano e impediscono la narrazione di una unica e condivisa versione della Storia. Ci sono tuttavia alcuni fatti universalmente riconosciuti e “obbiettivi”.   E ci sono, ahimè, anche le distorsioni intenzionali.  E chiamare la guerra del 1948 un “genocidio” è una di queste.
Questi “errori” voluti sono estremamente pericolosi,  e ancor di più in questi tempi che vedono rinascere dalle cenere l’odio antisemita con tutta la sua armatura di falsi complotti e accuse fabbricate ad arte volte a creare dei comodi capri espiatori per i peccati, le ambizioni, la sete di potere di altri.
Rinasce in questo modo un antisemitismo millenario, lo stesso che  seminò odio e indifferenza nei cuori e nelle menti di milioni di persone, rendendo possibile la Shoah, ovvero la voluta cacciata in tutta Europa di bambini, vecchi, donne, uomini, disabili, per mandarli allo sterminio solo perchè erano di religione (o di “razza”)  ebraica, risultando in 6 milioni di ebrei, indifesi cittadini europei, uccisi semplicemente perchè ebrei. Arrivare a tanto non accadde da un giorno all’altro, ma in piccoli passi, con prediche perverse, con insegnamenti bugiardi, e attraverso i germi del veleno dei media e della propaganda dell’epoca.
Alla luce di quanto sopra, a nessun giornalista oggi dovrebbe essere permesso di scrivere o comunicare in qualsiasi modo una non verità, anzi una calunnia. Su questo dovrebbe vigilare, e nel caso intervenire, l’Ordine dei giornalisti.