David Harris è Ceo dell’American Jewish Committee (AJC) da 31 anni. Sotto la sua guida, l’organizzazione internazionale di advocacy ha intensificato il suo lavoro per indirizzare la politica e l’opinione pubblica su questioni di massima importanza per il popolo ebraico, come la lotta all’antisemitismo e a tutte le forme di odio, il rafforzamento della reputazione diplomatica di Israele a livello mondiale e la difesa dei valori democratici nel mondo.

In questa intervista esclusiva con La Voce Repubblicana, Harris, che ha recentemente annunciato il suo imminente ritiro dalla guida dell’AJC, condivide pensieri e riflessioni su una serie di questioni, dalla lotta all’antisemitismo nel mondo e alle concezioni errate che persistono verso Israele e il conflitto israelo-palestinese, all’importanza fondamentale delle relazioni transatlantiche nell’affrontare le principali sfide del Medio Oriente oggi. In un colloquio personale e diretto, ci racconta del suo particolare rapporto con l’Italia e rivela la sua profonda conoscenza della nostra penisola.

Noto per il suo approccio di buon senso e la sua mente brillante, non c’è da meravigliarsi che il compianto Presidente israeliano Shimon Peres si riferisse ad Harris come al “Ministro degli Esteri del popolo ebraico”. Tuttavia, al di là delle ultime osservazioni di Peres, questa intervista spiega anche perché Harris sia un formidabile esempio per chiunque oggi cerchi con passione di “condurre una vita con uno scopo”.

Lei ha dedicato la sua vita a lottare per la libertà e l’uguaglianza non solo per gli ebrei, ma per tutte le minoranze. Detto questo, vorrei iniziare chiedendole cosa l’ha ispirata e cosa è alla base del suo impegno costante?

Innanzitutto, mi è sempre stato molto a cuore l’insegnamento ebraico fondamentale secondo il quale tutti gli esseri umani sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio. Questo per me è stato il principio animatore della ricerca della giustizia e dell’uguaglianza tra le persone. In secondo luogo, dato che provengo da una famiglia che è stata oggetto di minacce di morte per il semplice motivo di essere ebrei, mi è facile comprendere la brutta china che può prendere la disumanità dell’uomo verso l’uomo, che si rivolge dapprima verso un gruppo in particolare – gli ebrei, ad esempio – ma alla fine, vuole dividere piuttosto che unire il mondo. Io voglio essere tra coloro che uniscono, non tra coloro che dividono.

Molti italiani non sono a conoscenza del rapporto personale suo e della sua famiglia con l’Italia. Potrebbe parlare ai nostri lettori del suo legame speciale con il bel paese?

Certo. Il mio compianto padre era nato in Ungheria, e durante la guerra partecipò alla leggendaria battaglia di Montecassino, imparò l’italiano e provò sempre un legame speciale con l’Italia. Poi, nel 1975, io mi sono trasferito in Italia, che insieme all’Austria, è stato un accogliente luogo di transito per centinaia di migliaia di rifugiati ebrei che provenivano dal di là della cortina di ferro. Ho passato due anni a Roma, mi sono innamorato di questo Paese e ho imparato la lingua. Infine, durante quei due anni ho conosciuto la mia futura moglie, Giulietta, che nel 1967 insieme alla sua famiglia è arrivata e si è stabilita in Italia in quanto rifugiati ebrei dalla Libia, e che ha sempre nutrito legami di gratitudine e amore per il loro Paese d’adozione. Oggi, non solo sono sposato con una cittadina italiana, ma sono anche padre di tre cittadini italiani, il che è un particolare motivo di orgoglio.

Secondo lei, l’Italia oggi è ancora un solido alleato transatlantico e un amico di Israele? Inoltre, quali sono secondo lei le principali sfide che l’Italia si trova attualmente ad affrontare nei loro confronti?

Dal punto di vista americano, l’Italia continua ad essere uno dei pilastri del partenariato transatlantico. Questo si esprime in così tanti modi che sarebbe difficile elencarli tutti qui. Anche dal punto di vista di Israele, l’Italia è un importante amico e partner bilaterale, la cui cooperazione si estende in molti settori. Le sfide? Credo che la sfida più impegnativa per l’Europa – Italia compresa – e per gli Stati Uniti, sia quella di assicurarsi di rimanere in sintonia davanti alle grandi sfide strategiche che ci troviamo ad affrontare, ad esempio le nazioni aggressive come la Cina e la Russia, e minacce globali come il cambiamento climatico e le pandemie. Nel caso di Israele, si tratta di trasformare l’intensa cordialità dei rapporti bilaterali in una posizione più decisa dell’Italia nei contesti multilaterali, quando sorgono questioni riguardanti Israele.

Se avesse una bacchetta magica e potesse miracolosamente modificare qualunque aspetto del rapporto tra l’Italia e Israele e/o gli ebrei, quale sarebbe?  

Sarebbe sicuramente poter sentire l’Italia parlare con voce più chiara e determinata quando i 27 Paesi membri dell’UE si incontrano a Bruxelles a discutere di Israele, o quando gli organismi delle Nazioni Unite si riuniscono a New York, Ginevra o altrove, a deliberare risoluzioni unilaterali contro Israele. In queste situazioni, una leadership e sostegno costanti dell’Italia sarebbero ben graditi.

Qual è il principale fraintendimento riguardo Israele che sente spesso e che vorrebbe sfatare una volta per tutte?

L’idea che Israele in qualche modo non cerchi la pace, o che non sia disposto a correre grandi rischi nel perseguire la pace, è per me il più grande malinteso riguardo Israele. Storicamente per noi ebrei la ricerca di una pace duratura è stata al centro del nostro cammino e il fondamento della nostra fede. E poi in concreto, l’idea che gli ebrei dopo essere sopravvissuti all’Olocausto, alle espulsioni dai paesi arabi, o alla spada di Damocle del comunismo, si riuniscano in Israele per trovarsi in un conflitto permanente con i suoi vicini, è assolutamente incomprensibile. Gli israeliani vogliono disperatamente la pace, una pace duratura. Nulla è più importante per loro.

L’AJC chiede un boicottaggio internazionale dell’imminente 20mo anniversario della Conferenza mondiale contro il razzismo di Durban del 2001 delle Nazioni Unite. Cosa direbbe ai Paesi europei come l’Italia, che non hanno ancora deciso di non partecipare a Durban 20, per convincerli?

Siamo ancora in tempo, soprattutto perché la conferenza di Durban è stata rimandata dal mese di settembre a quello di ottobre. Non è troppo tardi per unirsi ad Austria, Gran Bretagna, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Ungheria e Paesi Bassi, che sono le nazioni europee che finora hanno annunciato la loro indisponibilità a partecipare alla commemorazione di un festival dell’odio antisemita e anti-Israele. Spero che l’Italia si aggiunga presto alla lista.

L’antisemitismo è in crescita ovunque, purtroppo. Secondo lei, perché sta succedendo e quali sono i fattori scatenanti? E soprattutto, qual è il piano dell’AJC per combattere adeguatamente questo fenomeno sempre più allarmante?

L’antisemitismo è probabilmente la patologia sociale più antica del mondo. La sua resilienza e la sua capacità di persistere e manifestarsi in forme vecchie e nuove è più che scioccante.  Speravamo che dopo la seconda guerra mondiale e l’Olocausto, e segnatamente il tragico destino di 6 milioni di donne, uomini e bambini ebrei, avremmo finalmente portato il mondo alla ragione. E per un periodo è sembrato così, specialmente nei Paesi Occidentali. Ma ora, con la memoria dell’Olocausto che si affievolisce progressivamente, con i sopravvissuti e i liberatori che scompaiono, e con molti antisemiti che cercano di mascherare il loro odio fissandosi su Israele piuttosto che sui singoli ebrei, vediamo il risorgere del pericolo. È un pericolo ingigantito dal potere dei social media, che fanno sia da trampolino di lancio che da catalizzatore di ogni ignobile forma di antisemitismo nota al genere umano. Secondo l’American Jewish Committee, la risposta fondamentale deve provenire da due ambiti: dai governi e dalle società civili. L’antisemitismo non deve mai essere visto come un problema esclusivamente ebraico, che colpisce solo gli ebrei e che richiede una soluzione esclusivamente ebraica. Al contrario, l’antisemitismo minaccia tutte le società democratiche e liberali, e necessita quindi di strategie a livello della società. I governi che ignorano o minimizzano il problema, o le società civili che sono incapaci di agire o che offrono solo un sostegno a parole, non fanno che peggiorare una situazione già grave di per sé. Invece, i governi che si concentrano sul lungo termine, e le società civili che promuovono un approccio che sia basato sul restare uniti, fianco a fianco, hanno molte più probabilità di successo.

Storicamente, gli ebrei americani hanno votato in modo preponderante per il Partito Democratico. Tuttavia, oggi stiamo assistendo all’ascesa di una piccola ma rumorosa sinistra radicale all’interno del Partito, che non ha espresso solo ostilità verso Israele, ma ha anche preso posizioni apertamente di parte sul conflitto israelo-palestinese. Secondo lei, questa spaccatura all’interno del Partito Democratico sta causando un cambiamento di opinione tra gli ebrei americani?

È importante sottolineare che l’American Jewish Committee è un’organizzazione strettamente apartitica. Non sosteniamo partiti o candidati politici. Detto questo, le minacce oggi provengono sia dall’interno dell’ala sinistra radicale del Partito Democratico che dell’ala destra radicale del Partito Repubblicano, e vanno prese entrambe sul serio.

Come lei ha accennato, gli ebrei tradizionalmente hanno avuto la tendenza a votare in modo schiacciante per i democratici, con una unica notevole eccezione nel 1980, quando per la prima volta nella Storia moderna il candidato democratico, Jimmy Carter, ottenne meno del 50% del voto ebraico. Il modo in cui gli ebrei voteranno in futuro dipenderà in una certa misura da come si posizioneranno i leader di entrambi i partiti. Rifiuteranno le forze radicali all’interno dei loro rispettivi partiti, o gli strizzeranno un occhio? Saremo in molti ad osservare con attenzione.

L’idea di una soluzione a due Stati per Israele e Palestina è ancora fattibile? Quale consiglio – ammesso che ne abbia – darebbe ad entrambe le parti?

Vorrei credere che la risposta sia affermativa, anche se di certo il cammino è ancora molto difficile. Ma bisogna fare un po’ di chiarezza, e quel che segue non sono semplici spunti di riflessione, ma fatti storici documentati: Già nel 1947, e molte altre volte da allora, alla leadership palestinese è stata offerta una soluzione percorribile a due Stati. E ogni volta questa offerta è stata rifiutata. Per inciso, va detto che fino al 1967 la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est erano tutte in mani arabe, non israeliane, quindi uno Stato palestinese sarebbe potuto nascere in qualsiasi momento. Ma questo non avvenne: al contrario, la Giordania annetté la Cisgiordania e l’Egitto impose il dominio militare su Gaza. Se dovesse emergere una leadership palestinese illuminata, e impegnata onestamente nella ricerca di un accordo a due Stati, credo che una larga maggioranza degli israeliani accoglierebbe con favore questo sviluppo e cercherebbe un accordo, nonostante il crescente scetticismo israeliano degli ultimi 20 anni. Ripeto, la parola d’ordine per gli israeliani è pace, ma deve trattarsi di una pace che non sia un’illusione, ma una vivida realtà.

Siamo alla vigilia del primo anniversario della firma degli accordi di Abramo. Qual è, secondo lei, il significato di questi accordi di normalizzazione non solo per Israele, ma anche in relazione agli equilibri di potere nel Medio Oriente in generale?

È un punto di svolta, e bisogna dare credito all’amministrazione Trump per aver raggiunto quattro accordi di normalizzazione con i Paesi arabi in un così breve lasso di tempo. Al momento Israele è pacificata con sei nazioni arabe in totale, ma ce ne sono altre che osservano il processo con maggiore interesse e si stanno impegnando sottovoce con Gerusalemme. Penso quindi che ci siano reali possibilità di ulteriore distensione. Ovviamente, più si allarga il cerchio della pace, maggiori sono le possibilità di prosperità, coesistenza e cooperazione regionale. Si tratta di un forte freno alle continue minacce di radicalismo ed estremismo da parte del blocco contrario alla pace capeggiato dall’Iran, e che comprende sia Stati, che attori non statali sostenuti da Teheran.

L’Iran e i suoi procuratori Hamas ed Hezbollah, rappresentano una seria minaccia per Israele, per i suoi vicini nella regione e anche per il mondo. Secondo lei, quali politiche dovrebbe adottare il mondo libero nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran per contrastare il suo sostegno statale al terrorismo e il suo programma nucleare?

Il pericolo principale è quello di sottovalutare la natura rivoluzionaria del regime iraniano, o di credere che i mezzi tradizionali della diplomazia, come l’impegno, il dialogo e la razionalità, possano in qualche modo avere un impatto concreto sulle prospettive degli attuali leader dell’Iran. Essi hanno una missione, e ciò deve essere ben chiaro ad ogni nazione europea. Stanno mettendo alla prova la volontà e la tempra dei nostri Paesi e, a torto o a ragione, ci trovano piuttosto deboli, divisi e sprovveduti. Dovremmo dimostrare collettivamente che si sbagliano, ma questo è ovviamente più facile a dirsi che a farsi.

La Russia e la Cina, due attori globali, si stanno intromettendo sempre più nel Medio Oriente, mentre allo stesso tempo pare che gli Stati Uniti ne stiano prendendo le distanze. Cosa direbbe all’amministrazione Biden per convincerli a rimanere nella regione?

Una grande potenza globale come gli Stati Uniti può credere di poter lasciare il Medio Oriente, ma la Storia ha ampiamente dimostrato che il Medio Oriente non lascerà gli Stati Uniti. Non abbiamo quindi altra scelta che mantenere il nostro impegno nella regione e soprattutto, dare un forte sostegno ai nostri alleati più stretti e affidabili. Il Medio Oriente non è facilmente separabile dal resto del mondo. Al contrario, si trova al crocevia di qualsiasi cartina globale. È lì che gli interessi regionali e globali convergono e si scontrano. È lì che le grandi potenze affondano e parano i colpi. Il prezzo della negligenza, e tanto meno quello del ritiro, potrebbe finire per essere maggiore del prezzo di un impegno mirato.

Attualmente gli Stati Uniti e l’Europa non sembrano disposti a impegnarsi per la sicurezza in Medio Oriente. Lei è noto per la sua netta posizione a favore del partenariato transatlantico. Quest’ultimo sta per diventare solo un sogno irraggiungibile o rimane ancora un valido percorso?

Se è un sogno irrealizzabile, allora siamo tutti nei guai. Le grandi sfide del mondo, in Medio Oriente o altrove, difficilmente saranno risolte da una sola potenza, sia essa gli Stati Uniti o l’Unione Europea. Anzi, per qualunque problema – dal terrorismo alla cybersecurity, dal cambiamento climatico alla proliferazione nucleare, dalla disuguaglianza alla salute pubblica – se ci sono delle soluzioni allora la migliore chance che abbiamo è lavorare nella più stretta collaborazione possibile, proprio come abbiamo fatto dagli straordinari anni dell’amministrazione Truman del dopoguerra. Naturalmente ci saranno delle differenze du jour, è una cosa normale anche tra i migliori amici. Ma non si dovrebbe mai permettere a queste differenze di oscurare i valori e gli interessi condivisi che sono al centro dell’alleanza transatlantica, e che lì devono rimanere.

Lei ha recentemente annunciato che lascerà l’incarico di Amministratore Delegato dell’American Jewish Committee. Quali pensa che siano i principali risultati che ha ottenuto alla guida dell’AJC? E come spera che verrà caratterizzato il suo lascito? 

Siccome non ho mai desiderato dimettermi da quello che per me è stato il lavoro dei miei sogni, questa non è una domanda alla quale ho riflettuto a lungo, perciò per ora mi permetta semplicemente di condividere due riflessioni. In primo luogo, mi sono rivolto alla vita e alla carriera in quanto ebreo orgoglioso, che di fronte alle tragedie che hanno colpito i suoi genitori, sua moglie ed altri ebrei, ha cercato di contribuire a scrivere un nuovo capitolo, positivo e promettente, per il popolo ebraico e per lo Stato d’Israele. In secondo luogo, in quanto americano fiero di esserlo, che ha avuto la fortuna di nascere in una terra di libertà e opportunità, ho voluto dedicarmi alla difesa della democrazia e della libertà contro le minacce – sempre presenti – del totalitarismo a sinistra e del fascismo a destra. Sono arrivato a capire che, su entrambi i fronti, non c’è nessun vaccino Pfizer o Moderna che possa curare tutti i mali del nostro mondo. Ma, per lo meno, ho voluto rispondere alla perenne domanda “Qual è lo scopo della vita?” cercando di vivere una vita con uno scopo.

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Americana del Midwest, vive tra Italia, Israele e USA. Ha conseguito un Master in Politica Comparata alla London School of Economics ed un Dottorato in Storia Contemporanea Europea al Queen Mary College (University of London). Ha insegnato nel Dipartimento di Relazioni Internazionali alla American University, sede di Roma, e alla Ben Gurion University in Israele. Ha scritto per Il Foglio, Panorama, The Jerusalem Post, The Weekly Standard, The World Jewish Digest e The Journal of International Security Affairs. Ha pubblicato La Storia del Partito d’Azione e la diaspora degli Azionisti, 2008. Attualmente siede nel board del Guarini Institute for Public Affairs - John Cabot University a Roma. Inoltre lavora come traduttrice e scrive per il The Times of Israel. Segue la politica estera per La Voce Repubblicana.