In Vietnam vi fu una disfatta americana perché la guerra era vinta non era persa. L’America partì malissimo contro uno degli eserciti più aggressivi al mondo che aveva ridicolizzato l’armata coloniale francese e gettando i suoi soldati su un territorio che manco conosceva. Tuttavia già nell’ultimo periodo della presidenza Johnson la situazione si era rovesciata completamente ed in soli due anni di presidenza Nixon i nord vietnamiti furono ridotti agli accordi di Parigi, una sostanziale capitolazione di Hanoi. Nixon aveva tagliato le comunicazioni con la Cambogia, prosciugato il movimento comunista all’interno del sud, e colpito sistematicamente l’esercito del nord rendendolo praticamente impotente. Tutto questo a costo di un bagno di sangue che aveva sconvolto la stessa popolazione statunitense e fatto odiare l’America in mezzo mondo. A Nixon premeva di raggiungere solo un obiettivo che condivideva con la presidenza Kennedy, ovvero evitare un satellite comunista in grado di aprire una strada verso l’oceano indiano. Vi era solo un equivoco che Kennedy non aveva capito, ovvero la crisi dei rapporti fra russi e cinesi dopo il 56. Kennedy credeva ancora che il blocco comunista fosse rimasto compatto anche dopo la morte di Stalin, la Casa Bianca, non era in grado di stabilire l’esatto stato dei rapporti russo cinesi che comprese invece Kissinger. Nixon non si fidava della spietatezza e del cinismo dei nord vietnamiti, infatti quelli tradirono gli accordi sottoscritti appena scoppiò il Watergate, ma contava sulla assicurazione fornita da Pechino. Il Vietnam comunista sarebbe rimasto conteso dalla rivalità russo cinese, tanto che l’esasperazione indipendentista di quel paese lo avrebbe riportato nelle braccia dell’alleanza occidentale. A Nixon, sarebbe piaciuto sapere che il generale Giap avrebbe girato per la vecchia Saigon, divenuta città Ho ci Min, con la berlina dai vetri anneriti, per non vedere le insegne della Coca Cola. Nixon è stato sullo scenario internazionale uno dei più grandi presidenti della storia americana, purtroppo per la comunità occidentale era psicopatico e con manie persecutorie che gli fecero infrangere gli obblighi costituzionali.
L’Afghanistan non si può nemmeno ritenere una guerra. Non c’è nessun esercito da combattere, i talebani non ne hanno uno. Appena sono arrivati gli americani sono scappati. Hanno praticamente difeso e nemmeno troppo a lungo Kandahar la loro città santa. Poi si sono volatilizzati, scomparsi. L’esercito statunitense per anni ha cercato i talebani senza trovarli. Erano i talebani a trovare quello stretto com’era nei suoi presidi. Ma fino al 2009, si credeva sostanzialmente che il grosso dei talebani si fosse tradotto in Pakistan dove erano impegnate le forze locali con scarso o nullo successo fra l’altro. Poi le linee americane furono travolte da un’offensiva che nemmeno si immaginavano nell’estate di quell’anno. Sulla base degli accordi di ingaggio presi dalla missione di pacificazione Nato, non si poteva dare una risposta all’aggressione subita, perché i talebani, nascosto il kalashnikov, erano sempre stati accanto a loro, nei campi a pascolare le capre, nei villaggi a pregare o a mangiare con la famigliola. Riportavano feriti negli scontri con le armi a fuoco? Venivano curati dalle ong europee e nemmeno si poteva identificarli. Si dovevano cambiare le regole di ingaggio per fare una guerra ai talebani. Serviva un Nixon e c’era un Obama. Obama condivideva l’obiettivo di catturare Bin Laden e vi riuscì, ma non aveva piani di stabilizzazione per il medio oriente. Per cui visto che si era trovato un governo indipendente a Kabul gli garantì protezione per altri dieci anni, un tempo ritenuto sufficiente. Se quel governo si è dimostrato incapace non è colpa di Obama. Sarebbe stato invece per Obama inaccettabile avere contro tutta l’opinione pubblica mondiale e quella interna americana se avesse rilanciato la guerra in Afghanistan. A onor del vero, Obama era anche contrario alla guerra a Gheddafi. andò dietro a Sarkozy e pagò un conto altissimo con la morte di uno dei suoi principali consiglieri a Bengasi. Per il resto, la visione della politica internazionale di Obama si misura tutta in Egitto, prima a sostegno di Mubarak, poi a quello dei Fratelli mussulmani tempo 24 ore. Un solo aspetto di tutta la discutibile politica estera di Obama denota una traccia strategica, l’accordo per il nucleare iraniano. E’ possibile che si rendesse conto di come il problema della politica estera in medio oriente era rappresentato dall’Iran, principale alleato nella Regione e poi fanatico avversario. La caduta del regime talebano, come di quello di Saddam avevano giovato esclusivamente all’Iran ed era evidente la preoccupazione di Obama, cercare di tessere un filo per il miglioramento dei rapporti con Teheran, per quanto pericoloso potesse essere. Questa bozza strategica appena accennata e non verificabile della politica di Obama venne subito cancellata dalla presidenza Trump. Trump dell’Iran non ne ha mai valuto sapere, avendo solo il pallino di Israele, da Obama completamente dimenticata. In compenso Trump sposò in pieno la linea del disimpegno americano nella regione. Trump voleva Conte in Libia, per contenere la Francia e avendo trattato con Conte, pensò bene di poter trattare anche con i talebani. Per il resto se l’è dovuta vedere Biden, non brillantissimo. Come è possibile che l’amministrazione statunitense non avesse previsto il crollo verticale dello Stato afgano, che questo misero giornale ha descritto due settimane prima che avvenisse? Ma era chiaro dal 2009 che appena gli americani se ne sarebbero andati non ci sarebbe stata partita. Nessuno ha fatto la guerra ai talebani per vent’anni, erano loro che attaccavano. Altrimenti stavano in mezzo alla popolazione come un pesce nell’acqua, perché sono la prima popolazione di quel paese. Gli stessi soldati di Kabul erano talebani, mentre non lo erano quei disgraziati che già stanno ammazzando o questi che sono subito fuggiti. Bisogna guardare l’etnia, la regione di provenienza per capirlo, persino l’attività di famiglia. Un crollo annunciato, non segna la disfatta dell’occidente, come qualcuno ha detto scioccamente. Al contrario, l’Afghanistan è un trionfo, ma della nostra ipocrisia.