L’America sbarcò i suoi primi trentasei consulenti militari a Da Nang nel maggio del 1963 su richiesta del governo di un paese minacciato dal più aggressivo e militarizzato stato comunista al mondo. L’Unione sovietica si era limitata ad un’aggressione in Finlandia e ad un accordo con Hitler per spartirsi la Polonia. Ma dopo la guerra, Stalin aveva appena saggiato le resistenze occidentali in Grecia mentre Krusciov, aveva persino restituito la Crimea. Il Nord Vietnam puntava direttamente a sostituire l’impero coloniale francese e a surclassarlo. Non si trattava del Sud, del Laos, della Cambogia, ma persino del destino della Tailandia. Fu proprio il governo tailandese a vocazione neutrale ad offrire dal primo momento all’America soldati e basi di supporto aereo, perchè già sotto il mandato Kennedy in pochi mesi i consulenti americani in Sud Vietnam erano decuplicati. Le amministrazioni americane che seguirono Kennedy, quella Lyndon Jhonson e quella Nixon, non accarezzarono mai l’idea di ritirarsi dal Vietnam, per lo meno fino a quando il regime militare di Hanoi non fosse stato messo in ginocchio. Molto meglio della presidenza Jhonson, la presidenza Nixon comprese la strategia militare da usare nella regione e tempo tre anni il governo di Hanoi, quello che odiava il compromesso borghese, venne costretto suo malgrado alle trattative. Nessuno lo ricorda, ma mel 1973 bisognava contenere la furia espansionistica di rimando del Sud Vietnam, divenuto più forte. Per quale caspita di motivo il presidente Kennedy si era fatto coinvolgere in un’area così remota rispetto a quella tipica d’influenza statunitense? Per una valutazione politica sbagliata, ovvero il timore che il blocco comunista si estendesse a tutto il sud est asiatico sino all’oceano indiano, con conseguenze devastanti per l’equilibrio geopolitico mondiale. Nixon, una mente politica più sottile di quella di Kennedy, si accorse invece che il blocco comunista non esisteva, che la Cina si sarebbe opposta al dominio del Vietnam del nord e di conseguenza all’ipotetico dilagare sovietico nel sud est asiatico. Questo diede alla politica americana una forza d’urto tale che si sarebbe potuto fronteggiare tranquillamente i tagli imposti dal Congresso alle spese militari nella regione, risarcire gli stati confinanti, e avere i cinesi come cani da guardia, tutto questo alla faccia del pacifismo da strapazzo e degli hippie che starnazzavano contro la guerra in Vietnam. Senza il Watergate, l’America avrebbe conseguito nel sud est asiatico il più grande successo politico militare dopo la fine della seconda guerra mondiale. Anche il più estraneo a questioni storiografiche, potrà rendersi conto che tra il Vietnam e l’Afghanistan, non c’è nessun parallelo possibile. Nessuno ha chiesto agli americani di andare in Afghanistan e nessuno li ha voluti né all’interno di quel paese, forse le sparute minoranze antitalebane, né tra i paesi confinanti. Gli stessi americani non si sono mai preoccupati dell’Afghanistan se non per combattervi i sovietici e senza nemmeno interessarsi di chi sostenevano pur di combatterli. L’unico presidente che ha seguito l’evoluzione politica della Regione è stato, parzialmente, Bush jr. Obama ha fissato la data del ritiro, pur sapendo che il paese sarebbe tornato ai talebani immediatamente e Trump si è persino spinto ad una trattativa che ha del rocambolesco. Biden, da parte sua, ha pensato bene di accelerare l’evacuazione nel desiderio di andarsene via il prima possibile. Tutti hanno visto i risultati di queste politiche. Non fosse, che va dato atto ai governi statunitensi, di ritenere giustamente l’Afghanistan un problema per loro minore. Quello maggiore è comportato dall’ostilità dell’Iran, dall’ambiguità del Pakistan e ora dalla sovraesposizione della Cina. Gli Stati Uniti d’America hanno bisogno di una presidenza in grado di misurarsi davvero con tutti questi aspetti complessi dello scenario internazionale e con una determinazione a fissare una linea strategica che in tutti questi anni è mancata. Dopo 13 anni la questione vietnamita era chiusa. Dopo vent’anni la questione afghana deve ancora aprirsi.