Se con Joe Biden la crisi della leadership americana ha raggiunto livelli mai toccati in precedenza non si può tuttavia ignorare che tale crisi si inserisce in un trend di lungo periodo. Sono ormai decenni che la politica americana non esprime più un presidente in grado di raccogliere un consenso se non unanime per lo meno molto ampio e di mettere in atto una politica che possa ricevere un appoggio che vada al di là dello schieramento dei partiti.

Forse l’ultimo presidente a ricevere un ampio consenso della nazione è stato Dwight Eisenhower: ma siamo negli anni Cinquanta del ‘900 e per l’esponente repubblicano giocava anche la gloria conquistata nei campi della II guerra mondiale. L’assassinio del suo successore John Kennedy ha prodotto un mito di lunga durata; ma il breve tempo della sua presidenza ha impedito che su di lui si consolidasse un giudizio politico condiviso. La guerra nel Vietnam è stata poi decisiva nel creare condizioni tali da non poter rendere qualsiasi leadership successiva condivisa da un’ampia parte del popolo americano. Dopo Lyndon Johnson la successiva serie di presidenti americani è stata caratterizzata o da una spregiudicatezza politica che costrinse Nixon alle dimissioni o da una desolante mediocrità (Ford, Carter) che toccò il suo punto più basso con l’umiliazione di quest’ultimo di fronte agli ayatollah di Teheran. Solo con Ronald Reagan la presidenza americana ha trovato nodo di risollevarsi e di riproporsi in veste di arbitro degli equilibri mondiali; ma ciò è avvenuto anche come conseguenza del crollo dell’antagonista storico degli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, crollo nel quale lo stesso Reagan ha avuto un ruolo fondamentale anche se non esclusivo.

Ma dopo Reagan la serie di presidenti incapaci di raccogliere un vasto consenso nel Paese è continuata con George H. Bush, con Bill Clinton, con George W. Bush. Barack Obama sembrava il leader capace di dare nuova spinta all’America e di impersonare una leadership di successo; ma le promesse con le quali era iniziato il suo primo quadriennio non sono state mantenute nel secondo e la sua presidenza si è conclusa, come altre, con un crescente senso di delusione. Quello che è accaduto con Ronald Trump è troppo recente perché sia necessario rievocarlo. Con Trump ci si è spinti fino al collasso del sistema politico americano e gli Stati Uniti sono usciti dalla sua presidenza divisi come mai lo erano stati dai tempi della Guerra Civile. Dopo Trump sarebbe stato necessario un presidente di alto profilo, capace di proporre un’immagine e una politica nella quale la maggior parte degli americani potessero riconoscersi. Biden non è stato e non poteva essere questo presidente; la tragica vicenda di Kabul gli ha dato il colpo di grazia e non si vede come egli possa continuare a governare gli Stati Uniti con la forza e l’autorevolezza necessarie.

Non si può evitare di chiedersi da dove nasca questa incapacità americana di darsi una leadership autorevole e condivisa a fronte di un Paese che, sia pure non esente da problemi, non ultimo quello costituito dalla non risolta questione razziale, tuttavia continua a essere caratterizzato da grandi capacità creative in campo economico e anche culturale.

Non si può fare a meno di prendere in considerazione un fattore che sembrava differenziare gli USA dai Paesi europei e che invece sembra sempre più ravvicinarli: la crisi dei partiti. Per quanto nella definizione della leadership americana la figura e la personalità del presidente abbiano un grande ruolo, derivante dalle caratteristiche stesse del sistema politico americano, tuttavia non si può dimenticare che anche i presidenti americani sono espressione di uno o dell’altro dei due grandi partiti. Forse è proprio nell’incapacità di questi partiti a esprimere figure autorevoli che risiede la causa prima della crisi del sistema politico americano. In effetti l’elezione di Donald Trump aveva avuto proprio questo significato, la fuoriuscita dalle tradizionali ritualità dei due partiti americani. Ma, come si è visto, il rimedio è stato peggiore del male.

 

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Ha insegnato fino al 2012 nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Firenze dove è stato anche coordinatore del Master in Comunicazione del Patrimonio culturale. Dal 1980 al 2010 ha coordinato i maggiori progetti di valorizzazione del patrimonio culturale della Regione.Toscana. E' stato presidente del Centro di ricerche storiche e di scienze sociali "Passato Prossimo". E' attualmente presidente dell'Associazione Italia-Israele di Firenze. E' autore di numerosi articoli e libri tra i quali "Filippo Stecchi un editore fiorentino del Settecento tra riformismo e rivoluzione" (1989); "Pinocchio e la sua immagine" (1981); "Il sistema dei beni culturali in Italia" (2004);"Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d'Israele. Una lunga coerenza"; "1967. Comunisti e socialisti di fronte alla guerra dei Sei giorni. La costruzione dell'immagine dello Stato d'Israele nella sinistra italiana" (2014); "Viaggio in Israele" (2017); "Amare gli ebrei Odiare Israele. Antisemitismo e antisionismo nella nostra società" (2020).