— Come donna ed ebrea rifugiata dalla Libia, conosco fin troppo bene le conseguenze per le donne e le ragazze in una società che esalta al massimo il dogmatismo religioso. Vergogna!

Sono così furiosa che vorrei urlare. Sono così spaventata che vorrei piangere. Sono così disgustata che vorrei andare in trincea.

Ma l’unica cosa utile che posso fare ora, in queste notti insonni, è scrivere.

Da quando gli americani hanno “lasciato” l’Afghanistan, sento, per osmosi, di potermi immedesimare in ogni donna e ogni ragazza afgana che oggi è intrappolata in quello che può solo definirsi un incubo infernale. Le capisco, e piango per loro. Perché fino all’età di 16 anni ho vissuto la loro vita. Insomma, più o meno, ma abbastanza per cogliere le loro emozioni e paure più profonde.

Sono nata a Tripoli, la capitale della Libia, nel 1951. Sono la seconda di sei sorelle e due fratelli. Anche se la Libia era per certi versi più cosmopolita dell’Afghanistan – avevamo cinema e concerti, una base aerea americana e scuole italiane dove ho ricevuto la mia educazione – le donne musulmane dovevano indossare il burqa per strada, coprendo tutto il corpo tranne una rete sugli occhi, e non potevano fare altri lavori se non le casalinghe.

Noi, in quanto femmine non musulmane (ebree), eravamo autorizzate a indossare abiti occidentali. Eppure, fin da piccola sapevo di appartenere alla categoria peggiore: quella di essere sia donna che “infedele”. Si può discutere su quale fosse peggio. Dal mio punto di vista, era essere una femmina.

Indossare abiti occidentali mi rendeva un bersaglio permanente. O, per parafrasare gli innumerevoli uomini e ragazzi che cercavano di palparmi, di toccarmi il seno e di esporsi (a me, alle mie sorelle, alle mie amiche), ero una “troia”, una “peccatrice”, una “prostituta” e una “cagna”.

Tentavano di “sbattermi contro” mentre camminavo, o, se ero in acqua, venivano da sotto per cercare di togliermi il costume da bagno. Sentivo la loro libidine repressa unita all’odio sfrenato. La mia paura era indescrivibile. Rimasi così traumatizzata che ancora oggi, decenni dopo, sono restia a entrare in acqua e riesco a malapena a nuotare.

Di sicuro, il loro odio era una conseguenza dell’indottrinamento religioso, unito alla frustrazione di desiderare le donne ma di essere stati educati a ritenere che le loro donne dovevano essere essenzialmente nascoste alla vista e “pure”.

Eppure, stranamente, perché non sapevo, perché non avevo mai visto il mondo fuori dalla Libia, in qualche modo mi ero adattata a quella vita. Capivo istintivamente le tattiche di sopravvivenza: non farti notare, tieni la testa bassa, attraversa la strada se un uomo si avvicina. E poi, potevo confidarmi con le mie amiche che si trovavano in una posizione simile per il bene della mia salute mentale, ma mai con i miei genitori o fratelli, per proteggerli dal loro stesso senso di rabbia e impotenza.

Dopo tutto, eravamo una piccola minoranza all’interno di una minoranza di non musulmani in una società a stragrande maggioranza musulmana. E ce ne accorgevamo, noi ragazze più degli altri.

Ricordo chiaramente un episodio che spiega molto.

Nella nostra scuola arrivò una nuova ragazza dalla Grecia. Io e lei diventiamo subito amiche. Lei aveva vissuto in Italia e io la trovavo sofisticata, elegante e bella. Un pomeriggio, stavamo camminando nel centro di Tripoli e alcuni uomini iniziarono a palpeggiarci. Lei cominciò immediatamente ad urlargli contro. Sapevo che eravamo in pericolo. La presi per mano e iniziammo a correre insieme, ed entrammo nel primo negozio che trovammo.

Senza fiato le dissi non poteva urlare in quel modo: avrebbero potuto picchiarci, ucciderci, imprigionarci sotto false accuse. Non dimenticherò mai la sua reazione. Mi guardò come se fossi pazza e disse: “No, non possono farmi nulla di tutto ciò. L’ambasciata greca è qui per proteggermi”.

Tornai a casa e, infrangendo le regole che mi ero imposta, raccontai a mia madre cosa era successo. Mi rispose dicendomi che d’ora in avanti avrei potuto incontrare la mia nuova amica solo a casa mia o a casa sua, ma non fuori, perché se fosse successo qualcosa, io non avevo nessuna “ambasciata” che mi avrebbe aiutata.

E poi nel 1967, in un turbine di odio dove alcune famiglie ebree furono massacrate, e la mia scampò dall’essere bruciata viva da una folla inferocita, ci fu permesso di lasciare la Libia, con una valigia a testa e l’equivalente di trenta dollari a persona. Non vi avrei mai più messo piede.

L’Italia ci diede rifugio. Arrivammo in dieci, il 14 luglio, ammassati in una stanza di un ostello, e quattro giorni dopo io e due sorelle cominciammo a lavorare per aiutare la nostra famiglia a sopravvivere. All’epoca avevamo 17, 16 e 15 anni.

La vita non era facile ed eravamo poveri in canna, ma il mio ricordo di quel periodo a Roma è uno dei periodi più felici della mia vita. Mi ci è voluto un po’ per capire esattamente perché. E poi un giorno ho capito. Fu la scoperta della libertà. La libertà di essere me stessa. La libertà di essere donna. La libertà di poter camminare senza paura di essere molestata. La libertà di apprezzare che quando i ragazzi italiani flirtavano con me, sapevano che non avevano nessun diritto di toccarmi o di chiamarmi “puttana” solo perché non indossavo il burqa.

Ora, all’età di 70 anni, non posso immaginare neanche lontanamente di vivere senza quella libertà o, peggio ancora, che venga negata alle mie nipoti.

E questo mi porta all’Afghanistan.

Negli ultimi 20 anni queste donne, queste ragazze hanno avuto la libertà di poter studiare e lavorare. E ora, come in un incubo, sono di nuovo tutte costrette a diventare invisibili e a nascondersi nell’ombra. Le più grandi sanno quale sarà il loro futuro, perché l’hanno già vissuto quando i talebani erano al governo in Afghanistan, dal 1996 al 2001.

Cosa farei se mi succedesse questo? Come potrei rinunciare alla mia libertà una volta che l’ho conosciuta? Era meglio che le donne afgane non avessero mai sperimentato la libertà piuttosto che perderla dopo averla cominciata ad assaporare? Riusciranno a trovare lo straordinario coraggio necessario per reagire?

E questo mi riporta alla mia rabbia.

Dov’è il movimento #MeToo? Perché non sono scese di nuovo in strada? Magari non servirebbe a molto sul campo di battaglia, ma almeno le donne dell’Afghanistan si sentirebbero meno isolate e abbandonate. Dopo tutto, esiste forse al mondo oggi una popolazione femminile che ha più bisogno di solidarietà e sostegno che non le donne dell’Afghanistan?

Dove sono le star di Hollywood che di solito mostrano le loro grandi virtù morali in pubblico? Ce n’è qualcuno che ha lanciato uno sciopero della fame, organizzato una protesta o offerto uno dei suoi jet privati per andare a salvare donne e bambini? Non avrebbe fatto nessuna differenza in pratica, può darsi, ma almeno si sarebbe vista un po’ di compassione ed empatia di cui c’è tanto bisogno.

Dove sono Rashida Tlaib, Linda Sarsour e Ilhan Omar, che dicevano di essere tanto preoccupate per i diritti umani nella regione? Parleranno a nome di altre donne e “sorelle” musulmane che subiscono la repressione talebana? Perché non sono salite a urlarlo dai tetti? Gliene importa qualcosa? Pare di no.

È per questo che non riesco a dormire, e voglio che neanche gli altri ci riescano.

In queste ragazze afgane vedo me stessa da ragazza, quando mia madre mi disse che a differenza della mia amica greca, io non avevo nessuna “ambasciata” che sarebbe venuta a salvarmi.

Vergogna per il nostro silenzio.

Vergogna per la nostra ipocrisia.

Vergogna per aver lasciato che 20 milioni di donne vengano oppresse e soggiogate.

Vergogna per la nostra chiara ignoranza della verità e per le nostre teorie fuori luogo e accondiscendenti sul relativismo culturale.

Vergogna a tutte quelle donne occidentali credulone che hanno detto che difendere il velo voleva dire difendere la “libertà di scelta” e che non hanno mai capito la filosofia dietro il velo: che gli unici a godere della libertà sono gli uomini che impongono l’idea del velo.

Vergogna a tutti gli opinionisti televisivi che non hanno mai avuto il coraggio di ammettere che non potevano capire il vero significato e le terribili conseguenze di una religione dogmatica portata all’ennesima potenza.

La storia non sarà clemente quando verrà scritto questo capitolo. Ed è giusto così.

(Immagine: la cerimonia del burqa in Afghanistan)