Lo scandalo Loggia Ungheria ha avuto la sua massima visibilità qualche mese fa, decretando la fine della carriera di censore televisivo dell’irreprensibile Giudice Pier Camillo Davigo, finito come Robespierre vittima della sua stessa ghigliottina mediatica giustizialista, quella che tanto aveva sempre usato ai propri fini.

Indimenticabile poi l’intervista televisiva dell’avvocato Amara con corredo di  lancio di velate minacce circa registrazioni e video in grado di dimostrare come alcuni importanti personaggi, chiamati in causa dall’inchiesta, e che si affrettarono ad affermare di non aver mai avuto rapporti tra loro, in realtà colloquiavano e si incontravano abitualmente. Che dire poi del colpo di scena quando, solo pochi giorni dopo l’intervista dell’ex potente avvocato dell’Eni, lo stesso veniva condotto in carcere per restarci per un breve lasso di tempo e  poi uscirne nel più assoluto silenzio.

Da quel giorno dell’inchiesta che coinvolge anche magistrati componenti il CSM, nulla più si sa, salvo che ben tre sono le Procure per le quali il fascicolo di indagine è passato, Milano, Brescia e Perugia, con un filone che è per quest’ultima procura un branca dell’indagine da cui è sorta quella sul caso Palamara.

Ciò che il quadro di ipotesi accusatoria rivela, in questa inchiesta potenzialmente dirompente, è l’esistenza di un comitato d’affari composto da alti magistrati che attraverso il CSM avrebbero contatti con il potere politico. Un comitato in grado di orientare e pilotare sentenze così come le fortune e le sfortune di malcapitati politici o imprenditori. Insomma, un quadro eversivo capace di minare la stessa credibilità delle Istituzioni repubblicane. Eppure, invece di essere ogni giorno sulle prime pagine dei giornali, l’inchiesta è ormai sotto silenzio, nelle ovattate stanze di almeno due procure, Brescia e Perugia, con una terza Milano, che ne è coinvolta con alcuni dei suoi più storicamente rappresentativi magistrati.

Non dimentichiamo, però, che l’inchiesta già era stata messa sotto silenzio, se non fosse stato per l’iniziativa di un giovane magistrato, un procuratore della repubblica animato da buoni propositi, il dott. Paolo Storari, che proprio al CSM aveva consegnato il polveroso fascicolo di indagine recante la denominazione “Loggia Ungheria”, proprio nelle mani di Davigo.

La  rivolta che alla procura di Milano si è opposta alla rimozione per sanzione dello stesso Paolo Storari, deliberata dal CSM, la dice lunga su un malessere che molti magistrati covano in silenzio.

Si percepisce, ormai in modo palpabile, che gran parte della magistratura, sente sempre più come una oppressione il ruolo politico e corrotto che hanno assunto i vertici della categoria ed è questo sentimento che la politica, senza doppi fini,  deve intercettare per fare una buona riforma dell’Ordine Giudiziario.

L’inchiesta Loggia Ungheria è potenzialmente una bomba orologeria sotto il Palazzo dei Marescialli, qualcuno sta cercando di disinnescarla?