Sarebbe stato utile che qualche presidente americano avesse avuto la pazienza di leggersi le memorie di Henry Kissinger, che per la verità sono state proprio scritte appositamente. Purtroppo Kissinger non immaginava che quasi duemila pagine potessero rappresentare un deterrente anche per il più volenteroso dei successori di Nixon, ma almeno qualcuno si fosse letto quelle sei paginette fitte fitte contenute in “Anni di crisi”, intitolate “L’eredità del Vietnam”.
Kissinger oggi viene considerato abbastanza comunemente un repubblicano per la sua segreteria di Stato ai tempi della presidenza Nixon. Per la verità il suo debutto in politica, anche se oscuro, era avvenuto con il gabinetto Kennedy. Approdato all’entourage di Nixon, era guardato con diffidenza per non dire ostilità, dai famosi “tedeschi”. Quelle sue origini democratiche, oltre alla sua evidente appartenenza al “Georgetown set”, era legato a Rockefeller, per non parlare della “Ivy league” il complesso universitario più prestigioso della nazione. Kissinger non era insomma un “duro” repubblicano, tutt’altro, eppure fu lui a subire il processo di nazificazione in “Doctor Strangelove” di Kubrick, dove un Peter Seller paralitico, possedeva la sua stessa mimica e l’attaccatura di capelli. L’opinione pubblica mondiale ha dimenticato in fretta il punto di vista originale di Kissinger, ovvero la critica alla politica di Kennedy e al suo continuatore Lyndon Johnson. Fu l’amministrazione democratica, a voler intraprendere la guerra in Vietnam in difesa di una popolazione minacciata. Puro idealismo. E fu la stessa amministrazione democratica a spaventarsi di quanto aveva intrapreso appena iniziò a misurarne le conseguenze. La presidenza Kennedy Johnson, per un errore di valutazione politica, credeva il blocco comunista euroasiatico compatto. Una volta denunciata una minaccia comunista che si rivolgeva a milioni di persone non americane, provò orrore nel fermarla e restò in quell’area remota, pietrificata, trascinando l’intera nazione nella depressione e nell’impotenza.
La presidenza Nixon ebbe subito chiaro una cosa, la necessità di ritirarsi dal Vietnam il prima possibile, ma a condizione che si fosse verificata una vittoria sul campo delle armi americane, non la loro umiliazione. Una questione di onore, se vogliamo, con due effetti etico pratici. Il primo, evitare una spinta aggressiva ulteriore da parte dell’Unione sovietica, eccitata dalla sconfitta, dal “ritiro”, statunitense. Il secondo, che tutta l’Indocina si ritrovasse sotto il tallone di ferro del militarismo di Hanoi. Kissinger nelle sue memorie usa un argomento incontrovertibile, i tanti avversari della politica di annientamento del nemico in guerra e dei suoi danni collaterali, si sarebbero ricreduti davanti all’efferatezza criminale di Hanoi, in Cambogia, in Laos, e nello stesso Sud Vietnam. Per quanto cadessero degli innocenti nel conflitto, la maggioranza era pur sempre di uomini in armi. Nel dopo guerra vennero solo sacrificate vittime inermi ed in una quantità da fare illividire anche il più strenuo pacifista di un tempo, si chiamasse Jean Paul Sartre o Jane Fonda. Non c’è da stupirsi quindi se Kissinger ritenga ancora oggi un errore drammatico quello americano commesso in Afghanistan che ripresenta tutte le conseguenze evitate in Vietnam, dove la guerra sul campo fu vinta. In Vietnam si perse la pace, perché una volta che si era ridotto lo staterello aggressivo comunista a trattative che mai avrebbe voluto accettare, fu solo la crisi interna politica statunitense a poterne consentire la violazione successiva. Con Hanoi si poteva rispettare gli accordi solo avendo il fucile carico puntato. Con i talebani, il fucile era scarico e non si è capito cosa si è fatto, probabilmente solo perso tempo, come sostiene l’inviato in Afghanistan del Corriere della Sera, Andrea Nicastro. Il povero presidente Biden se pensa davvero di dover competere oggi con la Cina e la Russia, è partito subito con il piede sbagliato.
D’altra parte non è solo colpa di Obama, o di Trump o del vecchio, se sono tutti giunti impreparati ad un appuntamento con la storia come quello che si era aperto. Ancora nel 1996 il presidente Clinton avrebbe potuto eliminare Bin Laden avesse posseduto la determinazione di uccidere con lui almeno altre venti persone che cenavano nello stesso ristorante. Gli scrupoli morali di Clinton evitarono la strage e oggi resta da chiedersi, se non fosse valsa la pena di commettere un tale abominio. Sono difficili per chiunque scelte in questo senso. Biden ha colpito un terrorista con un drone e sono morte con quello almeno tre ragazzine. Se poi la dottrina Kissinger è così dura da digerire, possiamo sempre liberarcene. La prossima volta che qualche sceicco tira giù le Torri Gemelli, l’America tenda la mano della pace, ma sul serio, facendo saltare anche il ponte di Brooklyn, con magari qualche automobilista sopra. Un segno tangibile di distensione internazionale.