La scommessa di Michele Polini e dell’unione romana del PRI i prossimi 3 e 4 ottobre si chiama Cesare Greco. Un professionista con un curriculum grosso così, professore associato di Cardiologia alla Sapienza – Università di Roma, direttore di un’unità di cardiologia interventistica al Policlinico Umberto I, e da svariati anni consulente scientifico della Fondazione Santa Lucia. Tre figli, due nipoti, adesso sta provando a fare il nonno. «A dire il vero un po’ poco, ma miglioreremo».

Lavoro e nipoti, ma il Partito Repubblicano ti è rimasto sempre dentro…

«Sì. Era il 1968 quando mi sono iscritto alla Fgr. Nella Federazione giovanile sono stato responsabile nazionale della politica estera. Per un anno sono stato anche a La Voce Repubblicana, occupandomi, appunto, di politica estera. All’epoca il direttore era Giuseppe Ciranna e c’era un bel parco firme: Stefano Folli, Massimo Gaggi e tanti altri. Poi mi sono laureato e il lavoro non mi ha concesso di impegnarmi più politicamente. Sto riprendendo adesso, mi sono riavvicinato al partito, e collaboro con il Commento Politico, con Formiche e in maniera più organica con La Ragione di Davide Giacalone».

Ora puntate a Roma. I numeri fanno paura: in attesa della validazione degli uffici elettorali ci sono per il momento 22 candidati a sindaco. Gli aspiranti consiglieri comunali sono 1800, spalmati su 39 liste. Tutti a dire che bisogna far meglio. Com’è la situazione?

«Disastrosa. Non c’è un solo aspetto da salvare. Hai voglia la Raggi a dire che sono stati raggiunti il 94% degli obiettivi. Basta vedere i rifiuti. Non solo la Tari più alta d’Italia, ma adesso abbiamo anche le famigliole dei cinghiali: mai nessuno avrebbe potuto immaginare che Roma fosse invasa dalla selvaggina. I trasporti sono quello che sono. La qualità delle strade è rimasta pessima per quattro anni e mezzo. Ovviamente adesso, sotto le elezioni, c’è qualche tentativo frettoloso di porre rimedio per guadagnare voti. Praticamente non funziona nulla. L’ordine pubblico lascia a desiderare. I turisti vengono importunati, come accade spesso al Colosseo. È una città che ha una grande attrazione turistica ma per quanto innamorato tu possa essere è difficile che torni con piacere».

Il tuo contributo specifico…

«Vorrei dare un contributo al rafforzamento della medicina del territorio, che ha mostrato tutte le sue debolezze con il Covid. La medicina del territorio che io immagino è una medicina che si rivolge alla medicina domiciliare per i pazienti anziani, oncologici, tutti quelli che hanno grande difficoltà a rapportarsi con una sanità ospedalocentrica come quella che c’è nel Lazio e che hanno necessità di essere seguiti in maniera diversa. Cosa che costerebbe anche di meno. E svuoterebbe i Pronto Soccorso di tutti i ricoveri incongrui, di cui tutti si lamentano, peraltro. Questa medicina del territorio io la vedo incentrata intorno alle figure degli infermieri e dei tecnici, coordinati e guidati dai medici di medicina generale e dagli specialisti del territorio. Gli infermieri dovrebbero fare quello che all’estero fanno i paramedici, cioè somministrazione di terapia, esecuzione di esami diagnostici e così via. Sarà poi la telemedicina e mettere in collegamento il territorio con gli ospedali». 

 Perché Calenda?

«Io sono un repubblicano nella sua lista. L’unione romana e la segreteria nazionale del PRI hanno preso questa decisione, perché coerente con l’indirizzo congressuale definito a Bari e cioè la promozione, al centro, di un soggetto liberal-democratico».