Se proprio dovessimo cogliere il significato profondo della storia, il nostro Gianbattista Vico risulta più utile di Francis Fukuyama. Il nippo americano con enfasi disse all’indomani della caduta del muro di Berlino, che “la storia era finita”. In un certo senso, quello formale della guerra fredda, aveva ragione. Non fosse poi, che la storia subito ricomincia da capo. Ad esempio, tempo dieci anni, “l’impero russo” lo rivedemmo tale e quale in Cecenia. Ogni dubbio l’ha tolto comunque l’11 settembre del 2001. L’attentato alle Torri Gemelle, quello fu sotto ogni profilo un nuovo inizio della storia, che a sua volta non si è concluso con il ritiro dall’Afghanistan.
Vi sarebbe piuttosto da chiedersi, invece di a che punto sarebbe giunta l’America nel suo annunciato o presunto declino, se non avesse sbagliato le scelte compiute in questi vent’anni. Se in fondo il problema era quello di eliminare Bin Laden, allora forse l’intelligence, come pure si consigliava, era più utile della guerra. Se invece si era davvero convinti che occorresse sradicare tutta la trama di connessioni, vere e presunte, con lo sceicco del Terrore, la guerra non è stata sufficiente. Ci se ne accorse a Falluja. In quel caso l’esercito americano usò i mezzi utili per vincere la battaglia. Mai lo avesse fatto. Praticamente Obama andò alla Casa bianca sull’onda delle proteste per Falluja. E appena vinte le elezioni, lo nota con un articolo brillante Antonio Polito oggi sul Corriere della sera, l’America assunse una tale linea politica attendista, che invitò Putin ad annettersi la Crimea e minacciare l’Ucraina. Di sicuro Obama non si è letto Kissinger, ma Putin si, infatti lo ha applicato alla lettera. Quando dai segni di debolezza, il nemico ti frega.
Il problema del ritiro in Afghanistan è solo questo. E’ chiaro che all’America non è mai importato niente di cosa facciano quei quattro studenti fanatici nel loro paese sperduto sui monti. Affaracci loro. Ma se Washington pensa ad una competizione su larga scala con Pechino, allora il ritiro da Kabul è stato il modo peggiore per preparare la sfida. I cinesi bisogna conoscerli, brindano e se la ridono degli yankee stipati tra la folla dell’aeroporto, quando i loro generali occupano da mezzo secolo il Tibet e nessuno che batta ciglio. Purtroppo la questione geopolitica americana è molto più complessa di una lettura che ne preveda l’ascesa o il declino imperiale. L’America è perfettamente sufficiente a se stessa. Fu tirata nelle guerre europee per i capelli, mentre verso l’Asia mostra interesse per la costa, non per l’entro terra. Per cui se seguiamo il flusso della storia, vediamo come l’America appaia più attratta dal Pacifico che dall’Atlantico quasi come da una spinta concentrica, per cui ci si espande nella direzione opposta da cui proviene il primo impulso. Fa piacere leggere, finalmente, pensiamo sempre all’articolo di Polito, che vi è un autentico bisogno di un esercizio americano sul mondo libero, per non dire che il mondo libero non esiste senza il mondo americano. Qui da noi genericamente, l’America si vede più con gli occhi di Gino Strada che con quelli dell’editorialista del Corriere. Occorre un 11 settembre per la solidarietà. Perché tutti gli altri giorni si sospetta un set holliwoodiano, magari lo stesso usato per girare lo sbarco sulla luna.