A vent’anni di distanza dall’attentato alle Torri Gemelle, non si può nascondere il dubbio di una risposta americana dettata dal dolore e surrogata dal cinismo. Era davvero necessario invadere l’Iraq? Perché la guerra in Iraq ha cambiato completamente il quadro geopolitico mediorientale, e nessuno è ancora in grado di dire se l’Iraq, più che una minaccia per gli Usa e l’occidente in generale, fosse un lascito irrisolto della prima guerra del Golfo.

In qual caso, l’Iraq sarebbe stato abbattuto per compiacere gli emirati, inclusi i sauditi, insieme al desiderio riposto dell’amministrazione statunitense di sbarazzarsi degli ultimi residuati della guerra fredda, i regimi nasseriani boccheggianti, Saddam, Assad, Gheddafi. In Iraq si sarebbero sommate due necessità distinte, che collegate fra loro, potevano produrre un effetto devastante. L’America è arrivata ad un passo dal perdere la sua influenza sull’Egitto. Obama aveva rocambolescamente aperto ai Fratelli mussulmani, evidentemente senza rendersi conto di cosa facesse. Come non si è reso conto di cosa avrebbe fatto in Libia. Fortuna vuole che alla Cia qualcuno abbia ancora la testa sul collo. A maggior ragione, sarebbe stato necessario dire a Bush di concentrarsi sul solo obiettivo di catturare Bin Laden e lasciare perdere il resto. Così come non si può nemmeno escludere che propria questa valutazione fosse stata fatta, e ritenuta ancora più impossibile. Perché nel mirino sarebbe finito il vero governo che proteggeva Bin Laden, quello in cui è stato intercettato e eliminato, il Pakistan.

Uno dei sottofondi più inquietanti dell’intera vicenda, è che l’Afghanistan appare solo un bersaglio obliquo per intimare al Pakistan, “buon amico” dell’America, di rigare dritto. Se davvero questo fosse il nodo della vicenda, stiamo semplicemente riflettendo sui possibili scenari, tutto questa lunga impresa non sarebbe servita a niente. L’America dopo Abbottabad ha ingoiato il rospo, o per lo meno, una volta preso il suo arci terrorista, ha solo più pensato al ritiro, senza nemmeno preoccuparsi di cosa questo avrebbe comportato sullo scacchiere geopolitico.
L’Iran oggi è il protagonista indiscusso dell’intera Regione. Il problema strategico predominante per gli Stati Uniti d’America in medio oriente è rappresentato proprio dall’Iran, l’alleato più affidabile che hanno avuto fino alla rivoluzione komeinista. Perso l’Iran, l’America non aveva più nessun interlocutore su cui davvero contare, ben più di Israele e certo mai l’Afghanistan avrebbe potuto compensare la perdita dell’Iran, mentre il Pakistan non è affidabile. Di più, eliminando Saddam e persino i talebani, l’Iran degli ayatollah, non avrebbe avuto più nemici ai confini.
L’unico aspetto che meriterebbe un approfondimento di una politica estera completamente sciagurata della amministrazione Obama, è l’apertura al nucleare iraniano. Per quanto questo apparisse molto rischioso allo stesso presidente. si trattava di un passo tale da poter comunque apprezzare un qualche ritorno. Trump lo fece immediatamente saltare ed ecco che oggi l’America è completamente tagliata fuori dall’intera Regione. L’Iran, invece, caduto Saddam, caduto Gheddafi, con ancora il suo tirapiedi Assad, e siamo oltre al golfo persico, è diventato il gigante dell’area.

Un simile contesto internazionale davvero non appare tale da poter dire che siamo messi meglio di quanto lo fossimo l’11 settembre del 2001. A parte che non si comprende perché mai l’America non potrebbe essere oggetto di altre azioni terroristiche nei suoi confini, se non per il rafforzamento delle misure di sicurezza interna, la situazione complessiva sembra persino peggiore di allora, considerando la Cina e la Russia. Entrambi hanno assistito ai contorcimenti statunitensi durati tutti questi anni e da Pechino, come da Mosca, l’America appare sempre più stanca di combattere, restia a mandare i suoi soldati nelle aree di crisi, logora all’interno della sua sfera decisionale per non dire sempre in conflitto con la sua stessa opinione pubblica.

In Vietnam, dove in fondo si trattava di difendere un regime fantoccio, vennero impiegati, anche se a rotazione, un milione di soldati, 500 mila sul campo. In Afghanistan, in un tempo doppio, e dopo che l’America era stata colpita a sangue, non si sono mai superati i trenta mila effettivi. Questo basta per capire cosa è davvero avvenuto.

Il cosiddetto “declino americano”, è ancor meno credibile della favola spengleriana del “tramonto dell’Occidente”. E’ vero invece che i processi storici delle democrazie non sono rettilinei. Quando si leggono affermazioni sulla disfatta dell’Occidente, vecchie dai tempi di Tito, viene da credere che nemmeno si sappia esattamente di cosa si parli. Le ragioni di preoccupazione sono molto più semplici, in qualche modo le ha illustrate con efficacia Antonio Polito su il Corriere della Sera qualche giorno fa. Il giorno in cui l’America smettesse di combattere le sue e le nostre guerre, per ritirarsi in se stessa, allora, davvero tutto potrebbe succedere.
Anche perché quando l’Europa rimane da sola, in genere, preferisce combattere contro se stessa, questa la sua identità, non proprio esaltante.