Da qualche anno, alcuni storici si lamentano della direzione presa dalla loro disciplina. Rimpiangono il disinteresse per lo studio della guerra, della diplomazia, dell’economia e delle idee a favore del genere, dell’ambiente, della razza e della sessualità, così come lamentano il declino dell’interesse da parte degli studenti. Niall Ferguson ha intitolato il suo saggio critico “The Decline and Fall of History” (“Caduta e declino della storia”). Hal Brands e Francis J. Gavin hanno scritto “The Historical Profession Is Committing Slow-Motion Suicide” (“La professione dello storico si suicida al rallentatore”). L’Economist ha dichiarato: “In Gran Bretagna, lo studio della storia è in declino”.

Se questa tendenza è incoraggiata dal fascino luccicante di argomenti alla moda e dagli abbracci di gruppo di giustizia sociale, è un fattore economico meno visibile che la consente, perché molti storici universitari non hanno bisogno di attirare studenti o lettori. I finanziamenti garantiti alle loro cattedre li esonera dal doversi rivolgere a chiunque tranne che ai colleghi storici professionisti. I presidi delle facoltà non pretendono di riempire le aule e i coniugi non reclamano royalties.

Utilizzo come esempio il Dipartimento di Storia dell’Università di Harvard, in parte a causa della sua eccezionale ricchezza, in parte grazie a una lunga collaborazione con esso (Richard Pipes, mio ​​padre, vi studiò per la prima volta nel 1946 e vi insegnò per mezzo secolo; e io lo seguii nel 1967).

Il sito web del Dipartimento elenca 50 docenti. Di questi, 10 sono assistenti universitari, professori associati o ordinari senza cattedra; 35 sono associati a una cattedra; 4 a due; e 1 a tre cattedre. (Quest’ultima è Maya Jasanoff, al contempo XD Professor, Coolidge Professor of History, e Harvard College Professor. La Jasanoff emula il defunto sultano dell’Oman, il quale è stato primo ministro, ministro della Difesa, degli Affari Esteri e delle Finanze, e comandante supremo delle forze armate e della polizia.)

In termini percentuali, il 20 percento degli storici di Harvard è privo di ispirazione, il 70 percento occupa una cattedra, l’8 per cento occupa due cattedre e il 2 per cento ne occupa tre. In termini funzionali, quattro quinti del corpo docente del dipartimento godono di un reddito assicurato per tutta la carriera senza la necessità di dovere attrarre un singolo studente o lettore.

Questa non è più la  torre d’avorio, ma la torre d’avorio sotto steroidi. I docenti titolari di cattedra beneficiano non solo dei privilegi abituali legati alla cattedra (vale a dire, l’impiego assicurato fino alla pensione) e della libertà di espressione accademica (il privilegio di parlare impunemente di tutto ciò che non è politicamente scorretto), ma sono anche isolati dalle preoccupazioni economiche in virtù di un fondo fiduciario che paga i loro stipendi. (Nel 2019, Harvard ha pagato ai professori uno stipendio medio di 226 mila dollari, con i professori titolari di cattedra che guadagnano sostanzialmente di più).

Tale affrancamento apre la strada all’eccentricità. Nel 2016, Harvard ha offerto un corso dal titolo “Emotions in History: Issues, Approaches and Cases” (“Le emozioni nella storia: questioni, approcci e casi”) che prometteva di studiare “come scrivere la storia delle emozioni e come le emozioni dello storico influenzano la scrittura della storia”. Tra i corsi proposti l’anno scorso ci sono “The Game: College Sports as History” (“Il gioco: gli sport universitari come argomento di storia”), “Abolition Ecologies: Nature, Race, and Labor in the United States” (“Ecologie dell’abolizione: natura, razza e lavoro negli Stati Uniti”), e altri due corsi rigorosamente intemperanti “Harvard and Slavery” (“Harvard e la schiavitù”) e “Intro to Harvard History: Beyond the Three Lies” (“Introduzione alla storia di Harvard: al di là delle tre menzogne”).

Quest’ultimo, tenuto da Zach Nowak, con la simpatica denominazione History 1636 (l’anno della fondazione di Harvard), promette di “cambiare il modo di vedere Harvard”. Nowak spiega:

«La storia di Harvard è la storia di professori, studenti, corsi e ricerche che ha portato a innovazioni che hanno cambiato il mondo. Ma è anche una storia di disordini studenteschi,  disagio di genere e di esclusione di donne e minoranze, di persone schiavizzate, di nativi americani e di gente della classe operaia. Tutti loro hanno fatto Harvard e hanno lasciato tracce nei suoi archivi, nelle sue biblioteche e nei suoi musei, nei suoi edifici e perfino nel suo suolo. Sono state raccontate alcune storie di Harvard; altre sono state dimenticate. In questo corso scopriremo il passato di Harvard. Ci saranno diverse visite negli archivi e nei musei di Harvard e in altri luoghi del campus che la maggior parte degli studenti non visiterà mai».

Nowak addolcisce l’attrazione ironica del suo corso aggiungendo: «Se lo desiderate, gli archivi dell’Università [di Harvard] conserveranno il vostro elaborato finale sulla storia di Harvard per sempre».

Isolandosi abilmente dal disprezzato sistema capitalista che ha creato la ricchezza di cui godono, questi professori si trovano liberi di ignorare i grandi problemi dell’epoca e di soffermarsi invece su argomenti in voga del momento.

Così, troppi soldi impediscono lo studio della storia, trasformando modesti studiosi in accademici finanziati e titolati, eliminando allo stesso tempo la necessità per loro di attrarre un pubblico. I donatori ben intenzionati hanno facilitato la corsa alla pomposità e alla banalità. Desiderano questo risultato? In caso contrario, si renderanno conto dei loro errori?

Traduzione di Angelita La Spada

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Storico, politologo, commentatore e analista politico, specialista di Islam e Medio Oriente. Fondatore e attualmente presidente del Middle East Forum. Ha insegnato all’Università di Chicago, alla Harvard University, alla Pepperdine University e all’U.S. Naval War College. Ha ricoperto diversi incarichi presso il Dipartimento di Stato e presso quello della Difesa, ed è stato vice-presidente della Commissione Fulbright. Nel 2003, il presidente George Bush lo ha nominato membro dell’United State Institute of Peace (USIP), un’organizzazione no-partisan nata per iniziativa del Congresso allo scopo di “prevenire e mitigare i conflitti internazionali senza ricorrere all’uso della violenza”. Il suo sito web, DanielPipes.org, con un archivio dei suoi articoli e delle apparizioni nei media, ha registrato 70 milioni di pagine visitate fin dal suo esordio, nel 2000. Più di 11.000 traduzioni dei suoi scritti sono state pubblicate in 37 lingue. È autore di sedici libri.