Sugli spazi assegnati dal comune della capitale alla campagna elettorale, spicca un manifesto con lo slogan “la Rivoluzione di ottobre”. Sullo sfondo non si vede il cipiglio fiero di Lenin, vi è invece il simpatico faccione dell’ex ministro Gualtieri e invece di Pietrogrado, Roma. Non sappiamo esattamente quali siano e nemmeno se vi siano, legami con il marxismo da parte dei firmatari del manifesto, ovvero la lista di “Sinistra civica ecologista”. Tanta cura nel riporre il loro manifesto all’interno degli spazi assegnati mostra un rispetto della legalità che dovrebbe escludere ogni legame con la sinistra rivoluzionaria.
Speriamo di essere allora utili fornendo loro un breve resoconto didattico della rivoluzione di ottobre, che fu tecnicamente un colpo di Stato organizzato dal soviet di Pietrogrado, grazie ai suoi legami con un battaglione di stanza nella città. Tanto bastò alla presa del palazzo del governo e poi a chiudere una Duma regolarmente eletta nella precedente rivoluzione di febbraio. Quella di febbraio fu una rivoluzione in senso letterale. Trascuriamo il fatto che il partito bolscevico con Lenin stesso si era impegnato a difendere la Duma, perché a quel punto poco importa. L’intero paese piombò nella guerra civile di cui la popolazione russa ebbe parte scarsissima se non come vittima.
La rivoluzione di ottobre fu una truffa che pose alla guida dell’arretrato stato Russo una delle cricche più becere e sanguinarie conosciute nella storia. Per cui potremmo dire con una certa tranquillità, che come sinistra civica ecologista possa promettere “una rivoluzione di ottobre a Roma”, non si capisce proprio. Perché non allora, “una marcia” su Roma? Il fascismo fece gli stessi danni del comunismo, ma almeno non durò più di un ventennio.
L’unico senso compiuto che possiamo trovare ad un simile slogan infelice è se questo vuole essere rivolto contro l’amministrazione comunale. Un modo colorito di minacciare quella burocrazia che pesa addosso alla comunità cittadina e che per ritardi ed inefficienza impone un costo divenuto sempre più insopportabile. “La rivoluzione di ottobre”, significherebbe voler spazzare via questo corpo purulento che ammorba da decenni la vita della capitale, esattamente come il regime sovietico spazzò via lo Zar con la sua famiglia. Se questo fosse il principio attivo di Sinistra civica ecologista o come si chiama, si tratterebbe di un proposito apprezzabile.
C’è solo un piccolo problema posto davanti alla realizzazione di quanto evocato. Le sedimentazioni e le incrostazioni di questa macchina amministrativa sono sostanzialmente appartenenti allo stesso Pd, ovvero al partito dell’ottimo Gualtieri. Risalgono ai tempi di Veltroni, a quelli di Rutelli, magari persino a Nicolini e tacciamo della memoria di Argan o Petroselli. Una storia che si perde nella seconda metà del secolo scorso e che ha mantenuto una tale continuità che le giunte Carraro, o la stessa Raggi, hanno potuto fare pochissimo, mentre quella Alemanno, più maneggiona, ha subito pensato bene di raccordarcisi e si ricorda in che modo.
Di sicuro una personalità integra come quella del ministro Gualtieri, lo ricordiamo con la scrivania ingombra di piani per il next generation fund, proveniente da una realtà professionale così lontana dalle misere beghe ambientali di partito, ha la sufficiente stoffa per capire l’esigenza di usare, se non la ghigliottina, o la fucilazione a mitraglia, per lo meno un temperino.
Una volta si usava dire: tagliare i rami secchi. Non fosse che Gualtieri stesso è il candidato del partito dei rami secchi. Mai una volta eletto si chiedesse se, a tagliare rami, finisce con il fare un capitombolo.
Sinistra civica e ecologista, oltre al bel manifesto ha fatto un sondaggio cittadino che rivela le difficoltà incontrate da Gualtieri a sfondare il muro dell’opinione pubblica. Siamo certi che sia così. Se Sinistra civica ed ecologista vuole davvero la rivoluzione a Roma, magari meglio se non di ottobre, provi a candidare qualcuno che non faccia parte del partito che Roma l’ha portata a far preferire ai cittadini un sindaco come la Raggi.