La festa del 20 settembre la istituì Crispi e questo sarebbe sufficiente per volerla abolita. Mazzini il venti settembre del 1870 si trova in carcere a Gaeta. È l’immagine da tenere a mente dell’Italia unita dai Savoia. Sessantacinquenne, piuttosto che vedere quella schiatta impennacchiata prendersi Roma, “Roma monarchica, vale quanto Gubbio”, scriveva, Mazzini scese in Italia sotto falso nome per dar vita ad un moto insurrezionale.
Prospettiva difficile. Il movimento mazziniano viveva una drammatica agonia. Buona parte dei suoi effettivi si erano schierati nella terza guerra di Indipendenza ed erano assorbiti dalla corona. Mazzini contava ancora sulla generosità ed i legami nel Mezzogiorno per cui da Londra sbarca prima a Napoli e poi parte per la Sicilia. La Sicilia, dove il suo fraterno amico Crispi, con Rosalino Pilo aveva spianato la strada all’impresa di Garibaldi. Pilo era morto, Crispi vivo e Mazzini, venne riconosciuto ed arrestato sul vapore che lo trasporta. Finisce l’impresa repubblicana di Mazzini ed inizia la carriera monarchica di Crispi.
Sotto il profilo politico militare dall’indomani della battaglia di Mentana lo Stato della Chiesa era percorso da un insurrezionalismo popolare quasi continuo che le armi francesi non potevano reprimere all’infinito. Luigi Bonaparte non aveva bisogno della sconfitta di Sedan per mollare. Non ne poteva più di spendere soldi e spandere soldati per la sicurezza del papato, e la diplomazia vaticana ne era quanto mai consapevole. Di buono c’è che gli archivi vaticani sono integri a contrario di quelli dello Stato sabaudo. I colloqui tra il Vaticano e casa Savoia, iniziano con Cavour ancora in vita, e il punto di contatto fra costoro è la necessità comune di sbarazzarsi della “feccia mazziniana”. Tolto Mazzini di scena, grazie al concorso dei suoi passati sodali, il problema era belle che risolto. Restava solo da salvare la faccia.
Il processo risorgimentale con tutti i morti avuti, non poteva concludersi a tarallucci e vino. La Chiesa ancora aveva tagliato la testa ai garibaldini tre anni prima. E Il pontefice, a sua volta, poteva forse cedere i suoi poteri celesti senza resistere? Si mise in scena la farsa di Porta Pia, dove far morire qualche povero disgraziato che ancora credeva nella lotta, e spegnere così gli ultimi ardori con il sangue di qualche bersagliere, pochissimi zuavi. La formula “libera Chiesa in libero stato”, avanzata da un reazionario cattolico come Tocqueville, che già aveva salvato il papa nel 1849 da ministro degli esteri di Francia, sarà lo scudo migliore per il Vaticano. Quello che gli aveva negato la Francia rivoluzionaria nel 1789, gli veniva elargito dall’Italia monarchica nel 1871. Un trionfo per Santa Romana Chiesa, non una sconfitta.
Il partito repubblicano italiano ha il vanto di aver eletto nelle sue fila uno degli storici ed intellettuali più brillanti di questo paese, di livello Europeo, e quindi mondiale, come Rosario Romeo. Romeo era cavouriano. Anche il miglior intellettuale può possedere un vizio assurdo. Non tutti abbiamo letto la sua monumentale biografia su Cavour, anche perché, con tutto il rispetto, Cavour non ha questo peso nella storia al di fuori dalla cinta alpina. Disraeli conosceva bene Cavour e lo giudicava un mestatore senza scrupoli, come il suo re. Tutti invece abbiamo almeno letto la versione dell’opera di Romeo per il grande pubblico, il tempo per 400 paginette fitte fitte su Cavour si può anche sprecare. Lì Romeo, ammette che vi era un piano alternativo al progetto cavouriano, fondato sulla partecipazione delle masse alla guida dello Stato. Tale piano aveva la controindicazione di apparire all’epoca troppo giacobino per essere ritenuto affidabile. Romeo lo classifica l’opzione “garibaldina”. Un piano alternativo, fiero avversario, nonostante la retorica risorgimentale, del cavourismo, non fosse che Garibaldi ed i suoi seguaci, Bixio in testa, senatore del Regno, si erano via via inseriti nella prospettiva nazionalista della corona, (Romeo si dimentica di dire che il nazionalismo in Italia, nasce con Cavour). Il piano alternativo a quello cavouriano, quello “garibaldino”, era dunque solo ed esclusivamente di Mazzini, il venti settembre rinchiuso in carcere con l’accusa di cospirazione.