Dal discorso del presidente Biden alle nazioni unite, si avverte l’influenza di Obama della mano tesa pronunciato a inizio del primo mandato a il Cairo. A favore di Biden, che ha detto non vogliamo una nuova guerra fredda, un mondo diviso in blocchi, vi è un vantaggio oggettivo che Obama non possedeva, la morte di Bin Laden. Per Obama era molto difficile passare come un campione della pace, sapendo che avrebbe comunque dovuto ricercare un eroe del mondo islamico ed eliminarlo. Biden ha alle spalle questo problema, come il ritiro statunitense in Iraq, ed ha persino archiviato la presenza americana in Afghanistan, tanto che la sua preoccupazione principale è rivolto ai cinesi e solo di riflesso ai russi. Purtroppo la competizione con i cinesi è partita con il piede sbagliato, quello del cedimento. La Cina occupa il Tibet da settant’anni, l’America ha lasciato rocambolescamente l’Afghanistan. Questo imbaldanzisce un avversario che si considera già naturalmente più forte. Poi il modello cinese inizia a dare segni di scricchiolii, una crescita troppo veloce per un paese così lento, e questo potrebbe comportare degli scenari interessanti. Per quello che invece concerne il medio oriente, Biden ha riallacciato il discorso sul nucleare intrapreso da Obama e stroncato da Trump, ma con un accento di prudenza che Obama non aveva. Biden chiede un primo passo, una buona volontà all’Iran che è diventato un autentico gigante dell’area. E questo primo passo, conoscendo gli ayatollah, avrà bisogno di un grande sovvertimento interno per compiersi. L’America fa bene a mostrarsi molto prudente, anche per quanto concerne la questione palestinese. “La migliore soluzione è quella dei due stati”, ha detto Biden, significa non prendere nessuna iniziativa e di alcun genere.
Sul rapporto con gli alleati occidentali Biden è stato di gesso. Essi saranno consultati e tutte le decisioni saranno condivise, questo proprio nel momento in cui la Francia voleva ritirare l’ambasciatore a Washington. Sia chiaro, si tratta di una autentica sciocchezza della Francia che non si vuole rendere conto di come, in un libero mercato, si acquista l’offerta migliore, indipendentemente dal momento in cui viene fatta.
L’America è nonostante tutto ancora l’offerta migliore, non solo per l’Australia, ma anche per noi. Per cui occorre darle il tempo che le serve per dimostrarlo.