Alle assoluzioni della Corte di Appello di Palermo per la presunta trattativa Stato Mafia, la Procura ha risposto con un inappuntabile silenzio. È questo lo spirito proprio di un ordinamento giurisdizionale chiamato ad amministrare la giustizia in nome del popolo. La magistratura parla attraverso le sentenze e le sentenze non si commentano, come non si commentano, o non si dovrebbero commentare gli atti giudiziari, il ruolo degli imputati, o i passaggi più delicati di un’ istruttoria, tantomeno a processo in corso. Fino ad oggi la Procura di Palermo aveva messo bocca su tutto ed in ogni momento. Da adesso è plausibile che si rimetta al composto silenzio che le è prescritto. E pazienza se in questo interregno, lungo dieci anni, si è compiuto un misfatto che concerne l’onore di tutti i personaggi condannati in primo grado a pene severissime, riabilitati dopo un autentico calvario apparso inquisitorio.
Quanto consumato, un danno gravissimo compiuto contro la vita di cittadini rispettabili o più che rispettabili, è ancora niente in confronto al danno compiuto contro lo Stato. Uno Stato che rifiutatosi di trattare con le Brigate rosse, avrebbe trattato con la Mafia. Per chi è privo della scienza giuridica che illumina la Procura di Palermo, è sempre stato difficile cogliere esattamente il significato del reato di “trattativa”. Craxi nella secona metà degli anni 70 del secolo scorso, voleva la “trattativa” con le Br per liberare Moro, e nessuno lo ha trascinato in tribunale per una simile accusa. È stato invece sbattuto in galera dell’Utri che la Corte d’Appello palermitana ha assolto. È stato condannato il generale Mori, l’uomo che ha fatto arrestare Riina.
Verrebbe spontaneo chiedersi, alla luce di questa sentenza, se per tutto questo tempo non sia stato sollevato un polverone mefitico che a tutto è servito, tranne all’antimafia. Principalmente si è indebolito lo Stato accusato di un cedimento mai dimostrato. Oggi sappiamo che l’accusa, quale che fosse il suo esatto significato giuridico, era comunque infondata e sarebbe allora interessante poter chiedere, come già chiedono i parenti di coloro che sono stati accusati ingiustamente, giustizia.
Per norma costituzionale, solo il Consiglio superiore della Magistratura ha un potere disciplinare nei riguardi di magistrati che pure si sono rivelati indegni della funzione a cui sono chiamati. Da parte nostra, possiamo solo sperare che il Consiglio superiore della Magistratura prenda i provvedimenti che servirebbero a ristabilire una pubblica decenza e comunque sarebbe troppo tardi.