Rilanciato dal bicentenario della morte e ancora in programmazione su Sky, “Io e Napoleone” di Paolo Virzì, è l’unica impresa cinematografica italiana con un riferimento diretto all’imperatore di Francia, dopo la celeberrima, magari oggi dimenticata, pellicola di Renato Rascel. Un po’ più serioso del suo fortunato predecessore, Virzì ambienta il suo film durante il soggiorno forzato di Napoleone all’isola d’Elba, fornendo una ricostruzione formidabile delle uniformi e delle bandiere imperiali, esatte in ogni minimo dettaglio. Per il resto si affida principalmente alla fantasia, dato che alle cronache non risultano attentati contro la vita di Napoleone in quel breve periodo. La struttura narrativa del film di Virzì invece si basa interamente sulla necessità di ucciderlo. Non che sia chiarissimo il rimprovero mosso a Bonaparte, se perché traditore dell’ideale rivoluzionario, o perché massacratore di uomini. Le due accuse tendono a confondersi fra loro. Il protagonista del film ricalca comunque il tipo giacobino, colui che vuole la morte dell’orco, del Leviatano. Il maestro elementare che si introduce armato negli appartamenti di Napoleone, ha perso il figlio a Marengo e ama la libertà. L’elaborazione di Virzì è dunque singolare sotto il profilo storico, in Italia, di repubblicano conosciamo solo Foscolo, che non era toscano, ad aver espresso minacce omicide contro Bonaparte, senza mai realizzarle e già dopo Campoformio. E’ comunque storicamente autentico che Bonaparte imperatore comporti una crisi profonda del giacobinismo, basterebbe il matrimonio con un’austriaca a provocarlo. Altrettanto autentica la delusione dei giacobini nei confronti di Napoleone, Stendhal, ma in fondo gli stessi suoi ministri, Fouché e Talleyrand sono giacobini diversamente delusi. Il che non toglie che non siano i giacobini ad attentare alla sua vita, nemmeno quando lui stesso li sospetta per primi, talmente aspri erano divenuti i dissapori. I giacobini mugugnano, i realisti cospirano. Chi viene fucilato da Napoleone in un fossato non è un maestro di scuola di Porto Ferraio, ma il duca d’Enghien, e questo quindici anni prima dell’Elba. Il giacobinismo italiano alimentato da Bonaparte non gli si rivolta contro. Quale che possa esserne il malessere, prevale il legame di interdipendenza. Questo perché il giacobinismo italiano, a differenza di Virzì, aveva ben chiaro come la tirannia fosse esercitata dalle potenze centrali che Bonaparte combatteva.

Con tutti i suoi torti, Napoleone era l’unico sovrano europeo consacrato, non da
Dio, ma da un suffragio popolare.

Il punto storico imprescindibile della storiografia e dell’epopea bonapartista, è quello più dimenticato, ovvero che Napoleone è eletto console a vita da un referendum nazionale. Dove Bonaparte raccolse scarsi suffragi fu proprio nell’esercito, che gli preferiva Moreau. Il popolo francese invece non ebbe dubbi e lo seguì per altri 14 anni e quando era ridotto all’Elba, lo rimpianse. Dovettero trascinarlo su uno scoglio in mezzo all’oceano per far tramontare il suo astro e in Italia abbiamo la lirica di Manzoni che ancora lo ricorda. Ma state tranquilli che questo film, non lo vedremo.