La recente sentenza sulla trattativa Stato/Mafia che anima in questi giorni il dibattito politico sulla Giustizia, ci dice tante cose ma, innanzitutto, che la magistratura militante che in questi anni ha ammorbato la vita repubblicana esce sconfitta dalla madre di tutte le sue battaglie .

Infatti, non vi è dubbio che il teorema di una destra berlusconiana prodotto politico della “trattativa”, perché di questo si trattava, è stato definitivamente sconfessato da un giudizio definitivo ed inappellabile che assolve una delle figure chiave, Marcello Dell’Utri.

In questa battaglia si sono arruolati negli anni tutti quei magistrati militanti di sinistra che hanno visto in questo scontro la sintesi ideologica di quell’antifascismo fuori tempo che, ammantato dell’alibi del totem dell’ Autonomia della Magistratura, ha di fatto impedito il corretto affermarsi del principio democratico del voto, intervenendo continuamente sull’esito elettorale ogni qual volta la sinistra appariva soccombere politicamente.

Questo mi era parso già chiaro quando nel 2008, Gherardo Colombo, ex magistrato del pool Mani Pulite, dava alle stampe il suo libro Sulle regole che chiudeva in ultima pagina con questa frase “ …tutto dipende da quali fini ci si pone facendo il magistrato”. Come se la finalità del lavoro di un magistrato non sia applicare le norma ma proporsi un obbiettivo politico. Così pensava e pensa quell’ex magistrato, Gherardo Colombo, spesso ospite di Beppe Grillo e che probabilmente ha tanta parte nella formazione giustizialista del M5S.

La scuola nata da questo pensiero ha creato quella magistratura militante che attraverso la ANM e la sua influenza su quell’organo costituzionale che è il CSM e la sua indiretta influenza sulle carriere dei magistrati, ha elevato proprio quella parte della magistratura militante ad un pool organizzato con lo scopo perseguire teoremi figli di quel pensiero ideologicamente corretto, che dagli anni settanta è stato il miraggio di una sinistra di lotta e conquista del potere.

In realtà la sentenza Borsellino quater ci indica una verità più profonda, quella che vide una degli esponenti più rappresentativi della magistratura militante di sinistra, Ilda Boccassini, defenestrata dal pool di indagine velocemente dal procuratore Tinebra e dal Questore La Barbera, su una strada che condusse il processo sulla strage di Borsellino sul  binario morto di pentiti gestiti ad arte per nascondere verità inconfessabili.

Proprio lì occorreva quel coraggio che avevano avuto Borsellino e Falcone ma, la lotta si preferì riportarla per sicurezza su un piano politico ed ideologico tutto nostrano, la verità a volte fa paura e a questa Repubblica, che si è vestita di antifascismo di maniera, militante e farsesco, in modo particolare.

Il tempo sarà galantuomo ma tutti sanno che la verità potrebbe venire in tempi ben peggiori in cui gli storici potrebbero finire per dire: «Si stava meglio quando si stava peggio».

A buon intenditor… la ragion di Stato non è estranea e le sue vittime eroi.