Per comprendere il profilo democratico che ha caratterizzato la lunga cancelleria di Angela Merkel, basta tornare all’autunno del 2019, quando in piena pandemia, lei che aveva vinto tutte le elezioni degli ultimi vent’anni, si presentò una volta in televisione per invitare i suoi concittadini a restare in casa. La Germania seguendo scrupolosamente la sua Costituzione repubblicana alla lettera, non ha mai adottato una legislazione d’emergenza, che non è prevista, ma concordato con i Land ed il governo centrale una serie di misure di contenimento del virus e per un periodo di tempo piuttosto limitato. Nel complesso la Germania ha avuto uno dei minori tassi di mortalità europei di covid, non ha compromesso la sua situazione economica, il lavoro terziario, come dovrebbe essere ovvio anche all’ultimo fulminato dalle parole di un Crisanti, non è mai stato chiuso e appena si è profilata la prospettiva del vaccino il governo tedesco si è preoccupato di reperire da subito le dosi necessarie. In due anni drammatici come questi passati il governo Merkel ha mostrato tutte le sue qualità, ovvero affrontare i problemi con la preoccupazione di non stravolgere mai il tessuto sociale ed economico della Germania. Quando quel tessuto si ruppe negli anni venti del secolo scorso, tutta l’Europa precipitò in un abisso. Queste doti di equilibrio che il cancelliere ha dimostrato fin dal primo momento sono talmente state apprezzate dalla popolazione tedesca che anche nelle ultime elezioni parziali, dove il partito di Angela Merkel era dato per spacciato, in fondo resisteva. Anche oggi che siamo giunti al suo ritiro non è così scontato un capovolgimento politico radicale. Angela Merkel ha saputo coinvolgere nel suo governo Spd e liberali isolando i partiti estremisti che si sono affacciati via via con successo, per quanto mai straordinario, sulla scena politica tedesca. È fin troppo facile constatare come una guida tanto sicura della locomotiva tedesca abbia soppiantato le altre economie dei paesi continentali e disponiamo di tutto un inventario di critiche al rigore finanziario difeso dalla Germania, che avrebbe danneggiato i paesi più deboli. Angela Merkel ha governato tutto questo tempo per difendere gli interessi dei tedeschi non quelli degli altri paesi europei che avrebbero dovuto preoccuparsi di individuare una classe dirigente all’altezza della capacità della Merkel. Non sempre vi sono riusciti, per non dire che a volte non si sono nemmeno avvicinati ad un simile obiettivo. D’altra parte, l’impostazione della politica economica tedesca precede la Merkel e troverà tranquillamente altri interpreti dopo di lei senza particolari patemi. Di suo, Angela era più portata a conteggiare i costi del Wusterl che dell’unificazione tedesca. E pure era in grado di tenere testa tranquillamente ad Obama e alla Fed di cui non condivideva l’espansionismo monetario. C’è da dire che sofferse molto la separazione dell’Inghilterra, comprendendo forse meglio di altri che la Brexit non rientrava nell’ambito delle sole questioni dei rapporti economici e commerciali, ma avviava una diversa valutazione politica dell’Europa, il principale problema che ci si presenterà nei prossimi anni. Rispetto a determinati suoi predecessori, Schmidt, lo stesso Kohl, Angela era sicuramente dotata di minor carisma, potremmo anche persino dire che fosse meno brillante, più straordinariamente comune. Si era portata dietro e si vedeva dal suo profilo un certo color bigio dominante nella Germania dell’est. A posteriori questo potrebbe essere stato il vantaggio ed il limite della Merkel, una personalità pur sempre legata inevitabilmente al trauma della divisione tedesca. Solo da domani la Germania si lascerà alle spalle il retaggio di questa divisione e si ripresenterà al mondo alla luce della sola unità riconquistata.